UNIVERSITA’ : UN PAESE DI IMPREPARATI ?
Jul 11, 2026
UNIVERSITA’ : UN PAESE DI IMPREPARATI ?
Dalla qualità dell'insegnamento discende la qualità della conoscenza e quindi il futuro del Paese. In Italia abbiamo pochi laureati rispetto al resto d'Europa. Nelle 86 università negli ultimi dieci anni il numero di iscritti è aumentato di 17.000 unità.
È il grande tema che divide datori di lavoro, accademici e osservatori. Da un lato c'è chi lamenta che la riduzione del percorso a una fruizione puramente asincrona e spersonalizzata finisca per impoverire il senso critico, la capacità di dibattito e la profondità dell'analisi teorica. Dall'altro, le statistiche d'impiego mostrano spesso tassi di occupazione analoghi , o a volte formalmente superiori , a quelli delle statali, ma spesso perché una buona fetta degli iscritti telematici lavora già o utilizza il titolo solo per progressioni di carriera interne (come nella scuola o nella pubblica amministrazione).
Il punto critico non è tanto se un neolaureato online sappia o meno svolgere una mansione pratica, quanto la verifica di un metodo di studio che, privo del filtro selettivo e del confronto quotidiano in aula con la ricerca scientifica, rischia di premiare la memorizzazione di superficie rispetto alla costruzione di una vera autonomia intellettuale.
Definirla una "truffa" in senso giuridico è tecnicamente scorretto, poiché gli atenei telematici in questione sono legalmente riconosciuti dallo Stato e autorizzati a rilasciare titoli aventi valore legale.
Tuttavia, l'espressione coglie una percezione diffusa nel dibattito pubblico e accademico: quella di un sistema opaco e sbilanciato, in cui il confine tra l'alta formazione come bene pubblico e l'istruzione concepita come mero business a fini di lucro rischia di dissolversi. Quando un modello commerciale, spesso sostenuto da logiche di potere trasversali e benefici pubblici, produce standard qualitativi fortemente criticati dagli enti di valutazione e finisce per pareggiare formalmente il valore dei titoli nei concorsi pubblici, la polemica non parla più di una semplice anomalia di mercato, ma di una profonda ingiustizia sistemica istituzionalizzata.
L'articolo analizza in chiave critica il boom delle università telematiche in Italia, contrapponendole al sistema tradizionale in difficoltà. I temi centrali riguardano il forte divario strutturale nelle immatricolazioni, la mercificazione dell'istruzione superiore legata a interessi economici e politici, i dubbi sulla qualità didattica e la criticabile equiparazione dei titoli nei concorsi pubblici, a discapito del merito e della selettività.
Dalla qualità dell'insegnamento discende la qualità della conoscenza e quindi il futuro del Paese. In Italia abbiamo pochi laureati rispetto al resto d'Europa. Nelle 86 università negli ultimi dieci anni il numero di iscritti è aumentato di 17.000 unità.
Nelle 11 telematiche invece più 200.000. Siamo il Paese europeo che ha più università online e tutte private. Sono state pensate per aiutare chi lavora ad avere un titolo. Se poi però si va a vedere in realtà un quarto è sotto i 23 anni.
Piace l'idea, funziona l'idea di fare tutto online, in alcuni casi pure gli esami nonostante sia in violazione delle linee guida che significa poco e niente. Comunque sta di fatto che sono molto attrattive soprattutto perché non ci sono test d'ingresso, ci si laurea più velocemente. La retta però va dai 1.200 ai 5.900 all'anno.
Allora vediamo di chi sono questi istituti. Multiversi DSPA tiene dentro San Raffaele, Mercatorum e UniPegaso. È di proprietà di un fondo britannico e ha la residenza in Lussemburgo.
Il presidente è Luciano Violante. La eCampus, lanciata dal fondatore del CEPU Francesco Polidori, finanziatore della Lega di Salvini, ha recentemente patteggiato tre anni per bancarotta e reati fiscali. Dall'eCampus è transitato il ministro Valditara, in qualità di presidente dell'osservatorio Interateneo per la ricerca.
E infine l'unicusano di Stefano Bandecchi, oggi sindaco di Terni. L'unicusano in passato ha finanziato Forza Italia, mentre Bandecchi oggi è indagato per evasione fiscale. Qui si sono laureati, tra l'altro, il ministro dell'Agricoltura Lorlo Brigida e l'ex europarlamentare dell'Agrilega Angelo Ciocca.
Nelle 11 telematiche, tranne Medicina Veteriaria e Scienze della Formazione Primaria, ci si può laureare in tutto, da Ingegneria a Scienze Motorie. Benissimo, però l'Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario ne promuove una, otto galleggiano, due rimandate. Tuttavia, tutte insieme incassano ogni anno due milioni di contributi pubblici.
E dall'anno scorso, per i dipendenti pubblici che si iscrivono alle telematiche, lo Stato gli paga, su volontà del ministro della Pubblica Amministrazione, lo Stato gli paga metà della retta. C'è un prof ogni 342 studenti nelle università tradizionali e uno ogni 25. Per decreto, da novembre, devono allinearsi.
Vedremo, ci permettiamo di dubitarne. Di sicuro è che quando ti presenti ad un concorso pubblico, che tu abbia frequentato la Bocconi, Ca' Foscari, la Sapienza, l'Alma Mater o Unicusano, il valore del concorso pubblico non è un concorso pubblico.
È un'osservazione centrata che sposta l'asse del problema da un semplice dualismo (statale buono, telematico cattivo) a una crisi più sistemica dell'intera istruzione superiore.
Le università statali italiane non sono immuni da gravi criticità: aule perennemente sovraffollate, fondi insufficienti per la ricerca, strutture spesso obsolete e una didattica che in molti casi resta fortemente nozionistica, poco orientata al pensiero critico o alle reali esigenze del mercato del lavoro contemporaneo. A questo si aggiunge la piaga della fuga dei cervelli e la difficoltà di garantire un'offerta omogenea su tutto il territorio nazionale.
La differenza, tuttavia, sta nella natura della falla. Nelle statali il problema è spesso l'inedia strutturale, il sottofinanziamento cronico e la fatica di modernizzarsi; nelle telematiche, il rischio è che la scorciatoia della semplificazione e la logica commerciale vengano elevati a modello standardizzato. In entrambi i casi, il risultato finale rischia di essere un impoverimento del valore reale della conoscenza.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
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