SULLA MORTE DI GUCCINI E IL RIPROPOSTO PASSATO
Aug 7, 2026
Cosa voglio dire? Del mondo che è stato si può raccontare qualsiasi cosa, soprattutto a chi continua a guardarlo con nostalgia. Il passato, una volta consegnato alla storia, diventa terreno fertile per ogni narrazione. Si possono esaltare le sue virtù, dimenticarne le contraddizioni, trasformarlo in un rifugio emotivo. Ma la storia è implacabile: inghiotte tutto. Assorbe gli uomini, le ideologie, i miti, le parole, e lascia sopravvivere soltanto ciò che il tempo decide di conservare o gli uomini di riprendere e riproporre secondo interessi celati. Anche i grandi interpreti di un'epoca finiscono per diventare, loro malgrado, i custodi di un mondo che non esiste più. Se lo si riporta in vita ha molteplici significati non certo positivi dorsanche strumentali...di un necrologio dei successi permanenti di una industria culturale cristallizzata rimasta senza creatività...sociale ?.
Penso a Francesco Guccini. Non come bersaglio di una critica personale,ne rispettiamo l epilogo umano, ma come simbolo di una stagione culturale mediata. Oggi la sua voce mi appare profondamente anacronistica, non perché abbia perso valore artistico, ma perché continua a evocare un universo che appartiene ormai alla memoria. È il racconto di un tempo che non può più tornare, un tempo in cui si credeva che la cultura infustriale dei media potesse educare le masse, che la canzone d'autore di massa potesse cambiare la società, che gli intellettuali rappresentassero una coscienza collettiva capace di orientare il futuro.
Quel mondo è finito. Wuall illusione pure.
L'industria culturale del Novecento ha prodotto sogni, speranze, illusioni, identità collettive. Per decenni ha alimentato la convinzione che la storia procedesse verso un costante progresso civile e umano. Poi quel modello è imploso ed era ovvio poiche intrinsecamente mediato reso già all epoca illusione. Le grandi narrazioni si sono sgretolate, le appartenenze si sono dissolte, la rivoluzione digitale ,ma non è solo questo, ha frantumato ogni riferimento condiviso. Al loro posto sono rimaste piattaforme, algoritmi, comunicazione istantanea e un'informazione sempre più veloce, ma sempre meno capace di costruire una coscienza critica.
Non riesco a condividere la nostalgia di chi continua a rimpiangere quel passato. Non perché lo disprezzi, ma perché ritengo necessario emanciparsene. C'è una differenza profonda tra ricordare e vivere di ricordi. Il nostalgico cerca di abitare ancora un mondo che non esiste più, mentre chi ha attraversato il guado riconosce che quelle illusioni appartenevano a una precisa fase storica e che oggi non possono più offrirci le chiavi per comprendere il presente.
La mia posizione non è conservatrice. È esattamente il contrario. È il tentativo di liberarsi da ogni forma di mitologia, anche e sopratutto quando quella mitologia appartiene alla propria formazione culturale dei media. Ho attraversato il fiume e mi trovo sull'altra sponda. Da lì il paesaggio appare completamente diverso.
Non è facile spiegare questa prospettiva a chi continua a guardare la riva da cui proviene. E forse è proprio per questo che spesso mi sento distante da molte narrazioni contemporanee che continuano a celebrare simboli ormai trasformati in monumenti della memoria.
In questa riflessione mi accompagna spesso una delle poesie più intense della letteratura italiana.
Ognuno sta solo sul cuore della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.
Quasimodo, in tre versi, riesce a condensare non soltanto la fragilità dell'esistenza umana, ma anche il destino di ogni costruzione storica. Quel raggio di sole può essere letto come l'illusione della centralità dell'uomo, della cultura di massa e dei media capace di spiegare il mondo, della politica destinata a trasformarlo, delle ideologie convinte di possedere il senso della storia. Poi, improvvisamente, arriva la sera. Non come tragedia, ma come naturale dissoluzione di ogni certezza.
Forse è proprio questo che oggi facciamo più fatica ad accettare. Continuiamo a cercare rifugio nei miti del passato dei media istruiti perché il presente ci appare troppo complesso, troppo instabile, troppo veloce. Ma la storia non concede ritorni. Ogni epoca produce le proprie illusioni e, inevitabilmente, anche la loro fine.
Per questo non provo nostalgia. Provo piuttosto il bisogno di comprendere il presente senza farmi sedurre né dalle promesse del futuro né dai rimpianti del passato. È una posizione scomoda, perché rinuncia alle consolazioni offerte da entrambe le direzioni. Ma è forse l'unico modo per guardare la realtà senza il filtro delle illusioni, accettando che ogni tempo abbia la propria luce e, inevitabilmente, la propria sera.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
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