STEFANO CUCCHI LA COSTRUZIONE DELLE REPUTAZIONI: DA MARROCCO A DONNARUMMA, PASSANDO PER IL "MITO" PETESE
Oct 19, 2026
STEFANO CUCCHI LA COSTRUZIONE DELLE REPUTAZIONI: DA MARROCCO A DONNARUMMA, PASSANDO PER IL "MITO" PETESE
Ho trovato un documento che rende il richiamo al caso Moro particolarmente pertinente. In un documento pubblicato nell'archivio relativo alla Commissione parlamentare sul caso Moro compare una ricostruzione secondo cui il colonnello Marrocco avrebbe diretto l'operazione di fotocopiatura dei documenti recuperati nel covo di via Monte Nevoso. La stessa ricostruzione riferisce quanto il generale Nicolò Bozzo avrebbe raccontato in proposito.
La questione storica è importante: il 1º ottobre 1978 furono recuperati documenti relativi alla prigionia di Aldo Moro; il 9 ottobre 1990, nello stesso appartamento, fu rinvenuta una raccolta molto più ampia di documenti, compreso materiale autografo di Moro. Questa vicenda ha alimentato interrogativi sulle modalità della prima perquisizione e sulla mancata individuazione di tutte le carte.
Processo Alessandro Casarsa ed altri (depistaggi nel caso Stefano Cucchi) (28.10.2021) https://share.google/t3mMOnQleM52uF8uJ
Il punto centrale che alimenta il mio scetticismo , condiviso da molti giuristi e giornalisti d'inchiesta , è che il confine tra chi "depista attivamente" e chi "asseconda per carriera o disciplina" è spesso sfumato.
Nel diritto penale si è perseguita la responsabilità di chi ha commesso reati specifici (falso ideologico, calunnia, favoreggiamento).
Fuori dalle aule di tribunale, resta la sensazione che il sistema gerarchico stesso consenta ad alcuni attori di porsi al riparo, schermandosi dietro il rispetto della linea di comando e le prassi burocratiche.
Questo è precisamente il motivo per cui l'esito del processo Cucchi-ter, pur essendo stato uno dei rari casi in Italia in cui sono stati condannati alti ufficiali delle forze dell'ordine, lascia aperto un dibattito amaro su quanti "silenzi" e quante complicità abbiano costellato gli anni tra il 2009 e la riapertura delle indagini.
Ci sono vicende che, considerate singolarmente, possono apparire del tutto ordinarie. Un ufficiale che assume un incarico prestigioso, un investigatore che viene elogiato al momento del pensionamento, un superiore che ne celebra le qualità professionali, un giornale che riprende e amplifica questi riconoscimenti. Tutto legittimo, in apparenza. Ma quando si cominciano a mettere in relazione le persone, le carriere, le appartenenze professionali e le occasioni nelle quali vengono costruite determinate immagini pubbliche, può emergere una questione più ampia: come si forma il prestigio all'interno di un apparato gerarchico e quanto questo prestigio dipenda dai meriti individuali, dalle relazioni personali e dal reciproco riconoscimento?
È da questa domanda che nasce la mia riflessione su Giovanni Marrocco, Giuseppe Donnarumma e Antonio Petese.
Il punto di partenza è il caso di Stefano Cucchi e il processo sui depistaggi che seguirono la sua morte. Nella ricostruzione dei flussi informativi e della gestione delle annotazioni di servizio compaiono nomi di ufficiali collocati in diversi punti della struttura dell'Arma. La questione non riguarda soltanto chi abbia materialmente modificato un documento, ma anche il funzionamento della catena gerarchica: chi riceveva le informazioni, chi le trasmetteva, chi ne assumeva la responsabilità istituzionale e chi aveva la possibilità di accorgersi delle anomalie.
In questo contesto, il nome di Giuseppe Donnarumma si intreccia con quello di Giovanni Marrocco, entrambi associati, in periodi differenti, al comando del Nucleo Carabinieri presso la Camera dei deputati. Una coincidenza professionale che, da sola, non dimostra alcunché di illecito, ma che acquista interesse quando viene collocata nel quadro più ampio delle relazioni professionali e delle reputazioni costruite all'interno dell'organizzazione e se si vuole delle poltrone.
Marrocco e Donnarumma: la sovrapposizione nella vicenda Cucchi
In un documento pubblicato nell'archivio relativo alla Commissione parlamentare sul caso Moro compare una ricostruzione secondo cui il colonnello Marrocco originario di Leuca avrebbe diretto l'operazione di fotocopiatura dei documenti recuperati nel covo di via Monte Nevoso. La stessa ricostruzione riferisce quanto il generale Nicolò Bozzo avrebbe raccontato in proposito.
La questione storica è importante: il 1º ottobre 1978 furono recuperati documenti relativi alla prigionia di Aldo Moro; il 9 ottobre 1990, nello stesso appartamento, fu rinvenuta una raccolta molto più ampia di documenti, compreso materiale autografo di Moro. Questa vicenda ha alimentato interrogativi sulle modalità della prima perquisizione e sulla mancata individuazione di tutte le carte.
C'è un elemento che rende questa ricostruzione del caso Cucchi ancora più interessante: i nomi di Giuseppe Donnarumma non ricorrono entrambi nel contesto della vicenda Cucchi, nella ricostruzione dei flussi informativi e della documentazione interna dell'Arma nei giorni successivi all'arresto e alla morte di Stefano Cucchi. Non si tratta, quindi, soltanto di un ufficiale che ha ricoperto, in periodi diversi, lo stesso incarico presso il Nucleo Carabinieri della Camera dei deputati come Giovanni Marrocco. Il loro accostamento si inserisce anche nella vicenda giudiziaria che ha portato alla luce il problema dei verbali alterati e della circolazione delle informazioni all'interno della struttura gerarchica.
È proprio questa sovrapposizione a suscitare interrogativi. Da una parte, la ricostruzione delle responsabilità relative al depistaggio; dall'altra, i rapporti professionali, le carriere e i meccanismi di riconoscimento reciproco che contribuiscono a costruire la reputazione degli appartenenti all'apparato. A ciò si aggiunge la vicenda di Antonio Petese, che, secondo quanto qui ricostruito, sarebbe stato legato professionalmente a Marrocco e che viene pubblicamente elogiato da Donnarumma. Una strana coincidenza o singolarità
Non è necessario postulare un accordo segreto per interrogarsi sulle relazioni tra questi elementi. È sufficiente chiedersi quanto indicano le reti professionali nella costruzione delle reputazioni e quanto la celebrazione pubblica di presunti singoli investigatori contribuisca a consolidare un'immagine positiva dell'ambiente al quale appartengono. La questione è tanto più rilevante quando alcuni dei protagonisti compaiono anche in una vicenda giudiziaria che ha messo in discussione la gestione delle informazioni e il funzionamento dei controlli interni all arma dei carabinieri.
Il mio interrogativo, infatti, non si esaurisce nella vicenda Cucchi. Riguarda il modo in cui, negli apparati gerarchici, possono consolidarsi rapporti di appartenenza e di reciproca legittimazione che vanno oltre la semplice esecuzione degli ordini. La fedeltà all'istituzione può confondersi con la fedeltà alle persone; il riconoscimento dei meriti può trasformarsi in una forma di sostegno reciproco ; la reputazione individuale può diventare una risorsa condivisa da una rete di relazioni, una sorta di sigillo che si presta a diverse interpretazioni.
È in questa prospettiva che considero la vicenda di Antonio Petese, maresciallo presunto investigatore originario di Leuca, come Marrocco. Stando alla ricostruzione che propongo, Petese sarebbe stato raccomandato da Marrocco e avrebbe fatto parte della sua cerchia professionale. Successivamente, Petese avrebbe lavorato sotto la guida di Donnarumma, che lo ha pubblicamente elogiato in occasione del suo pensionamento. Mio fratello Daniel Petese meno asservito a certe logiche e Maresciallo dei Carabinieri di Leuca è deceduto per miocardite in poco tempo,ma a malapena è ricordato. La mia critica, quindi, non riguarda soltanto Petese, Marrocco o Donnarumma. Investe un sistema nel quale il valore di una persona e la visibilità pubblica della sua storia non sempre coincidono. E il ricordo di Daniel, per me, diventa anche il punto da cui interrogare questa disparità.
Il 9 ottobre 2022, Il Resto del Carlino pubblicò un articolo intitolato «In pensione Petese, il maresciallo investigatore». Il pezzo presenta impropriamente il sottufficiale come “un investigatore dotato di particolare intuito”, richiama le indagini sul caso Lucia Annibali e sull'omicidio Ferri e riporta il tributo di Donnarumma, che ne esalta le qualità professionali e umane.
È proprio il tono celebrativo a meritare attenzione. Non si tratta di contestare il diritto di un superiore di riconoscere i meriti di un collaboratore, né di negare a priori il contributo di Petese alle indagini. La questione è un'altra: quando il racconto giornalistico attribuisce a un singolo investigatore un ruolo decisivo nella soluzione di casi complessi, quanto siamo davanti a una ricostruzione equilibrata del lavoro svolto e quanto, invece, a una rappresentazione encomiastica della persona?
Per quanto riguarda il caso Ferri, lo stesso articolo riporta un episodio specifico nel quale Petese e un collega non ricordato con la stessa solerzia avrebbero riconosciuto il sospettato dall'andatura, collegandolo a un furto successivo all'omicidio. È un contributo investigativo che può avere avuto una sua importanza, ma non basta, da solo, a dimostrare che la soluzione complessiva del caso sia dipesa in misura determinante da un unico investigatore. Io ne vedo una sosperra forzatura. Le indagini sono normalmente il risultato di attività diverse, svolte da più persone e coordinate attraverso procedure e responsabilità condivise.
Anche per il caso Lucia Annibali, la celebrazione giornalistica andrebbe letta distinguendo il contributo individuale dal lavoro complessivo degli investigatori. Il problema non è stabilire se Petese avesse capacità professionali, ma interrogarsi sulla misura in cui l'enfasi del racconto pubblico possa aver trasformato una partecipazione investigativa in una narrazione centrata sulla figura dell'eroe solitario personalmente è quantomeno ridicolo e ricorda la cinematografia poliziesrsca americana.
Questa differenza non è secondaria. Le immagini pubbliche non si formano soltanto attraverso i risultati concreti, ma anche attraverso le parole di chi possiede autorevolezza istituzionale. Un superiore elogia un collaboratore; il giornale riprende l'elogio; i successi vengono associati al nome del singolo; la reputazione così costruita diventa parte della memoria pubblica. Se, nel tempo, si ripetono dinamiche analoghe all'interno di una rete di rapporti professionali, può instaurarsi un circuito di forzata legittimazione reciproca.
Non occorre immaginare necessariamente un accordo esplicito. Il meccanismo può funzionare anche attraverso consuetudini, riconoscimenti selettivi, lealtà personali e una cultura organizzativa nella quale la valorizzazione dei propri collaboratori diventa parte della difesa dell'immagine del gruppo. Chi appartiene alla rete gode del prestigio degli altri; chi ne mette in discussione l'operato può essere percepito come una minaccia non soltanto per il singolo, ma per l'intero ambiente professionale.
È questa la dimensione che considero più importante: il possibile passaggio dalla fedeltà (la fedeltà è una etichetta come altre e meriterebbe una argomentazione ulteriore che or ora evitiamo) gerarchica alla costruzione di un sistema di reputazioni che si sostengono reciprocamente. Un sistema nel quale gli elogi non sono necessariamente falsi, ma possono diventare selettivi; nel quale i meriti possono essere amplificati mentre le criticità ricevono meno spazio; nel quale il prestigio accumulato può influenzare la percezione pubblica anche quando emergono vicende controverse.
Il collegamento che vedo fra Marrocco, Donnarumma e Petese va letto in questa chiave. Marrocco rappresenta, nella ricostruzione qui proposta, il rapporto professionale originario con Petese; Donnarumma è il superiore che ne celebra pubblicamente le qualità e che compare anche nella vicenda giudiziaria relativa al depistaggio Cucchi; Petese diventa il protagonista di una narrazione giornalistica che ne esalta i meriti investigativi. A questo si aggiunge la comune esperienza di Marrocco e Donnarumma alla guida del Nucleo Carabinieri presso la Camera dei deputati, in periodi diversi.
Questi elementi non dimostrano automaticamente l'esistenza di un disegno coordinato, né autorizzano a trasformare rapporti professionali in accuse personali. Ma permettono di porre una domanda che va oltre i singoli episodi: quanto contano le reti di appartenenza nella distribuzione del prestigio, nella costruzione delle carriere e nella difesa delle reputazioni all'interno delle istituzioni?
Il caso Cucchi rende questa domanda particolarmente delicata, perché ha mostrato quanto sia importante distinguere la fedeltà all'Arma dalla fedeltà a singoli appartenenti all'Arma che potrebbe rispondere a logiche sfuggenti, e quanto sia necessario che ogni livello della gerarchia risponda delle proprie azioni. Un'istituzione non si tutela nascondendo le proprie criticità dietro il prestigio dei suoi membri, ma rendendo trasparenti i comportamenti, le responsabilità e i processi decisionali.
Allo stesso modo, il giornalismo non dovrebbe limitarsi a riprodurre gli elogi provenienti da figure autorevoli. Dovrebbe contestualizzarli, ricostruire il lavoro collettivo, distinguere i fatti dalle valutazioni e interrogarsi sul modo in cui si formano le narrazioni pubbliche. Celebrare un investigatore può essere legittimo; presentarlo come determinante nella soluzione di vicende complesse richiede una ricostruzione proporzionata dei contributi effettivi.
Il sospetto che esprimo non è dunque una sentenza su tre persone. È una domanda sul funzionamento di un ambiente professionale nel quale rapporti personali, gerarchie, riconoscimenti e immagini pubbliche possono intrecciarsi fino a rendere difficile distinguere il merito individuale dalla legittimazione reciproca.
Quando gli appartenenti a una stessa rete si elogiano, si valorizzano e si conferiscono reciprocamente prestigio, siamo sempre davanti a semplici riconoscimenti professionali oppure può formarsi un circuito nel quale l'immagine positiva del gruppo finisce per prevalere sull'esame critico dei comportamenti individuali?
È questa la domanda che vale la pena mantenere aperta. Non perché ogni elogio nasconda qualcosa, ma perché nessuna reputazione, per quanto autorevole, dovrebbe sottrarsi alla possibilità di essere confrontata con i fatti.
Gli articoli celebrativi e gli elenchi di encomi non si limitano a riconoscere i meriti individuali: contribuiscono a costruire un’immagine collettiva di efficienza, dedizione e affidabilità dell’istituzione. L’accumulo dei riconoscimenti produce prestigio, mentre le dichiarazioni positive di superiori e colleghi possono alimentare una circolazione reciproca delle reputazioni.
Gli articoli celebrativi e gli encomi potrebbero svolgere una funzione che va oltre il riconoscimento dei meriti individuali: controbilanciare sul piano reputazionale gli scandali che hanno coinvolto l'Arma, riportando in primo piano immagini di efficienza, coraggio e dedizione.
In questa chiave, anche la vicenda di Garlasco, il ruolo dei RIS e la figura del generale Luciano Garofano possono entrare nell’analisi della costruzione della credibilità pubblica dell’istituzione. Il punto non è equiparare vicende diverse, ma interrogarsi su come le competenze investigative, i protagonisti più conosciuti e le loro apparizioni o riconosciment pubblici contribuiscano a consolidare o rimettere in discussione la fiducia nell’Arma.
Il riferimento a Garlasco rende l'ipotesi ancora più attuale: nell'ottobre 2026, il lavoro del RIS di Parma svolto nel 2007 e il ruolo dell'allora comandante Luciano Garofano sono tornati al centro dell'attenzione, con approfondimenti della Procura di Pavia sugli accertamenti scientifici e sulla gestione dei risultati. Garofano ha respinto le ipotesi di manipolazioni o depistaggi; le responsabilità eventualmente configurabili restano da accertare.
La mia chiave di lettura a scanso di equivoci può quindi essere formulata così: mentre le controversie mettono sotto pressione la credibilità dell'istituzione, la celebrazione di encomi e figure esemplari può contribuire a ristabilire un'immagine pubblica positiva. Non è dimostrato che i singoli articoli siano stati concepiti con questo obiettivo, ma è legittimo interrogarsi sulla funzione che assumono nel più ampio sistema della comunicazione istituzionale: quali meriti vengono amplificati, quali protagonisti diventano simboli di affidabilità e quanto spazio viene riservato, invece, alla trasparenza sugli errori e sulle responsabilità.
Questa compensazione simbolica può operare anche senza una regia esplicita: la valorizzazione dei comportamenti esemplari contribuisce a consolidare la fiducia pubblica, mentre le criticità rischiano di restare sullo sfondo. Credo che in Italia qualche problema lo abbiamo.
In definitiva, la credibilità di un'istituzione non si misura soltanto dagli uomini che premia, ma anche dalla capacità di fare piena luce sugli errori e di rispondere delle proprie responsabilità.
La questione è capire se la credibilità venga ricostruita soprattutto attraverso la trasparenza e l'accertamento delle responsabilità oppure anche mediante una costante produzione di immagini positive.
Il punto, quindi, non è negare il valore degli encomi, ma verificare come vengono costruite, alimentate e utilizzate le reputazioni, chi le sostiene e quali eventuali criticità rimangono in ombra.
Dagli ufficiali dei carabinieri "Marrocco" a "Donnaruma"
Processo Alessandro Casarsa ed altri (depistaggi nel caso Stefano Cucchi) (28.10.2021) https://share.google/t3mMOnQleM52uF8uJ
Riguardo le implicazioni del Colonnello Donnarumma nel caso di Cucchi Stefano. È un dubbio legittimo e pienamente motivato dalla natura stessa di questa vicenda: quando si analizza un depistaggio sistematico e orchestrato dall'alto, è inevitabile che chiunque abbia avuto un ruolo di raccordo o di firma nella catena di comando finisca nell'ombra del sospetto.
Ci sono diversi elementi che spiegano perché molti osservatori, critici e persino parti del dibattimento abbiano guardato con forte perplessità alle posizioni dei livelli intermedi come quello del Colonnello Donnarumma:
1. Il ruolo della "firma" e della trasmissione degli atti
Negli apparati militari e di polizia, la difesa dei superiori o dei funzionari intermedi si basa spesso sull'argomento della mera trasmissione burocratica: "ho firmato o inoltrato l'atto che mi veniva passato dai miei collaboratori/superiori senza vagliarne la veridicità".
Tuttavia, dal punto di vista logico e sostanziale:
Conformismo e acquiescenza: Chiunque si trovasse a far passare note istituzionali o richieste di chiarimento sui verbali di Tor Sapienza in quei giorni del 2009 sapeva perfettamente che attorno al caso Cucchi si stava giocando una partita delicatissima.
Obbedienza cieca vs Responsabilità: Molti si chiedono se trasmettere documenti sospetti o rimanere in silenzio nell'ambito della gerarchia non costituisca, se non un reato penale accertato, quanto meno una responsabilità morale o di copertura passiva.
2. Perché la Magistratura traccia una linea netta?
Dalle indagini del PM Giovanni Musarò è emerso un quadro molto preciso:
Chi ha ideato e preteso il falso: Alti ufficiali (come il generale Casarsa e i colonnelli Cavallo e Soligo) che hanno espressamente preteso che le annotazioni di servizio venissero "ripulite" dai riferimenti alle precarie condizioni fisiche di Cucchi.
Chi ha subito o trasmesso le direttive: Personale che ha operato all'interno del flusso di comunicazioni. Se nei confronti di un ufficiale non si trova la prova certa di un dolo specifico (ossia la dimostrazione che sapesse del falso e volesse deliberatamente ingannare la magistratura o proteggere i colleghi), la condotta viene rubricata come prassi amministrativa o mancanza di riscontri per l'incriminazione.
3. Il nodo dell'impunità "strutturale"
Il punto centrale che alimenta il mio scetticismo , condiviso da molti giuristi e giornalisti d'inchiesta , è che il confine tra chi "depista attivamente" e chi "asseconda per carriera o disciplina" è spesso sfumato.
Nel diritto penale si è perseguita la responsabilità di chi ha commesso reati specifici (falso ideologico, calunnia, favoreggiamento).
Fuori dalle aule di tribunale, resta la sensazione che il sistema gerarchico stesso consenta ad alcuni attori di porsi al riparo, schermandosi dietro il rispetto della linea di comando e le prassi burocratiche.
Questo è precisamente il motivo per cui l'esito del processo Cucchi-ter, pur essendo stato uno dei rari casi in Italia in cui sono stati condannati alti ufficiali delle forze dell'ordine, lascia aperto un dibattito amaro su quanti "silenzi" e quante complicità abbiano costellato gli anni tra il 2009 e la riapertura delle indagini.
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