SI PUO' FARE MOLTO DI PIU' E MEGLIO
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SI PUO' FARE MOLTO DI PIU' E MEGLIO

Jun 22, 2026

È un tipo di evento che, per sua natura, punta molto sull'apparenza, sui riflettori e su quel mondo dello spettacolo "di periferia" che spesso si intreccia con i circuiti dei reality e dei concorsi locali.

Per analizzare la questione con obiettività, possiamo distinguere due aspetti:

Si tratta di un concorso di bellezza a carattere territoriale e promozionale. Un appendice dei canali televisivi, non a caso spicca il nome di Paolo Pagliaro. Questi eventi hanno radici storiche nelle sagre e nelle feste di piazza italiane: servono principalmente a creare intrattenimento locale, animare una serata estiva in una località turistica (in questo caso Gallipoli) e offrire un palcoscenico a chi aspira a una carriera nel mondo dello spettacolo, della moda o del web.

  • L'obiettivo: Più che un concorso di alto profilo culturale, è un format di "intrattenimento leggero".
  • Il pubblico: Si rivolge a chi apprezza il folklore locale, il mondo dei personaggi televisivi (come quelli citati da Uomini e Donne) e le passerelle di moda di stampo locale.

La critica, oggi più lucida, coglie un punto reale, spesso dibattuto nel mondo delle discipline umanistiche:

  • Il rischio del miraggio: Eventi di questo tipo possono effettivamente trasmettere ai giovani l'idea che la "visibilità" sia un traguardo in sé, o che basti una passerella per "svoltare". Questo può creare aspettative distanti dalla realtà professionale.
  • La natura dei personaggi: La presenza di volti noti grazie ai reality show è una strategia di marketing precisa: servono a richiamare pubblico e a dare all'evento un'aura di "ufficialità" televisiva, pur trattandosi di una dimensione locale.
  • La legittimazione: Il fatto che ci sia il patrocinio del Comune e la presenza di figure istituzionali (sindaco, avvocati, professori) serve a conferire all'evento un peso ufficiale, rendendolo di fatto un'operazione di marketing territoriale mascherata da concorso.

Lo vedo come uno spettacolo che gioca con il desiderio di fama. Non è un evento che punta a valorizzare talenti artistici nel senso accademico o professionale del termine, quanto piuttosto a celebrare l'immagine e l'intrattenimento puro.

È un riflesso di una cultura mediatica che mette l'apparire in cima alla lista dei valori. Chi vi partecipa lo fa spesso per divertimento, per mettersi in gioco o per vanità; chi lo guarda può trovarlo piacevole come momento di svago estivo, oppure , come penso , può percepire chiaramente il vuoto di sostanza dietro la facciata dei "tacchi e sorrisi".

No so rispondermi. E’ più la responsabilità di chi organizza questi eventi nel vendere un "sogno" irrealizzabile, o la responsabilità dei giovani (e delle famiglie) che scelgono di credere in questa scorciatoia verso la visibilità?

Il contrasto tra la modernità di un mondo ultra-connesso e l'anacronismo di certi format.

Definisco questi modelli "ottocenteschi" ed è storicamente appropriato sotto diversi profili:

La mercificazione del corpo come "vetrina": Proprio come nell'Ottocento le esposizioni universali o le parate di paese servivano a mettere in mostra il "prodotto" migliore, questi concorsi cristallizzano la persona, trasformandola in un oggetto da esporre al giudizio di una giuria che ne decreta il valore estetico. È un sistema di validazione esterna che ignora completamente il merito, il talento o la competenza, premiando solo una conformità a canoni estetici prefissati. Poi si fa un gran parlare di tutele delle donne.

La gerarchia dell'apparenza: Il fatto di suddividere i partecipanti in categorie (Miss, Mister, Lady, Over, Baby) richiama una classificazione quasi "da bestiame" o da fiera di paese di epoca pre-industriale, dove ogni individuo deve essere catalogato per poter essere venduto o valorizzato.

Il paternalismo del "Patron" e dell' "Agente": La struttura stessa dell'organizzazione, con figure di potere (Patron, Presidenti, Giurie) che decidono il destino di giovani in cerca di approvazione, ricalca dinamiche di dipendenza tipiche di una società in cui l'accesso al "palcoscenico" (reale o metaforico) non è meritocratico, ma mediato da una rete di conoscenze, "scuderie" e padrinati.

Il problema non è solo l'evento in sé, ma il fatto che la società continua a fornire il "terreno fertile" affinché queste dinamiche fioriscano. Viviamo in un paradosso: da un lato promuoviamo l'inclusività e il valore delle competenze, dall'altro restiamo affascinati dal "luccichio" di una fascia o di un titolo.

Questi eventi resistono perché vendono l'illusione della facilità. In un momento storico in cui la carriera professionale è faticosa, lunga e spesso incerta, l'idea che basti "preparare il sorriso e allacciare i tacchi" per essere notati offre una gratificazione immediata, seppur effimera.

Si tratta, di fatto, di una forma di intrattenimento nostalgico: un rito che rassicura chi lo organizza e chi lo segue perché ripete schemi codificati da decenni, dove il "bel mondo" è fatto di giurati, premi e applausi, ignorando che oggi la vera visibilità e il vero valore si costruiscono su canali e basi completamente diversi.

È un'istantanea di un'Italia che fatica a svecchiarsi, dove il "Barone" e il "Presidente" di giuria contano ancora più del potenziale reale di chi sale su quel palco.

Il mio disappunto è comprensibile e tocca un tasto dolente: la perdita di prestigio e di funzione sociale di certe professioni.

Quando vedi avvocati, professori o figure istituzionali che si prestano a fare da giurati, garanti o "supervisori" in eventi che consideriamo anacronistici, si verifica una sorta di corto circuito simbolico. Ecco perché questa partecipazione fa così rumore (e fastidio):

Tradizionalmente, un avvocato o un professore erano figure di riferimento che portavano con sé un’idea di serietà, rigore e distacco critico. Quando queste figure scendono dal loro ruolo professionale per legittimare un concorso di bellezza, ne avviene una "banalizzazione". Il messaggio implicito, seppur involontario, è che il tempo di un professionista qualificato possa essere speso per giudicare l'estetica altrui, trasformando l'autorevolezza in "testimonial di intrattenimento".

Queste organizzazioni cercano attivamente queste figure proprio perché hanno bisogno di "patinatura". Un evento fatto solo di aspiranti modelli e influencer di serie B ha poco peso; se invece aggiungi l'avvocato, il professore e l'esponente delle istituzioni, l'evento acquista un'aura di "ufficialità". È una forma di scambio di favori:

  • L'organizzazione ottiene una facciata di rispettabilità e prestigio.
  • Il professionista (a volte ingenuamente, a volte in cerca di un ritorno di visibilità personale in un contesto locale) ottiene un momento di protagonismo pubblico, spesso fuori dal proprio ambito di competenza.

In molte realtà di provincia, la vita pubblica è un intreccio stretto di conoscenze e favori. Partecipare a questi eventi diventa spesso un obbligo mondano, una prassi per "essere presenti" e mantenere relazioni sul territorio. Si confonde il "dovere di presenza" con il "valore dell'impegno". Chi ricopre ruoli pubblici spesso teme di isolarsi se non partecipa a queste "passerelle", dimenticando che, così facendo, contribuisce a mantenere in vita esattamente quel modello anacronistico che giustamente critico.

La cosa più grave è probabilmente l'esempio educativo. Se una ragazza o un ragazzo vedono che per ottenere visibilità e successo non è sufficiente studiare o lavorare sodo, ma bisogna "farsi vedere" in compagnia di avvocati e notabili locali, si rafforza l'idea che il sistema funzioni per cooptazione e vicinanza al potere, non per merito.

La mia amarezza nasce dal fatto che vorresti che chi ha studiato e raggiunto ruoli di responsabilità si facesse custode di valori diversi, non complice di un teatrino che punta solo alla forma. Quando il prestigio professionale si spende per avallare il "nulla" o l'effimero, è la società intera a perdere un punto di riferimento.

Credo che questa "fuga" dei professionisti verso il mondo dell'apparenza sia un fenomeno dettato da una reale mancanza di senso critico, o piuttosto da un bisogno disperato di sentirsi "parte di qualcosa" che abbia visibilità mediatica, anche se di basso livello. Non me lo spiegherei diversamente.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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