QUALE SINISTRA A CASTRIGNANO DEL CAPO ?
QUALE SINISTRA A CASTRIGNANO DEL CAPO ?
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QUALE SINISTRA A CASTRIGNANO DEL CAPO ?

Aug 22, 2026

QUALE SINISTRA A CASTRIGNANO DEL CAPO ?

Quando politica e impresa convivono nello stesso nucleo familiare, il confine tra capitale politico e capitale economico diventa una questione pubblica. Non perché esista necessariamente uno scambio illecito, ma perché ciascuna delle due dimensioni può rafforzare la posizione dell'altra.

Quando il potere diventa patrimonio di famiglia

Quando politica e impresa convivono nello stesso nucleo familiare, il confine tra capitale politico e capitale economico diventa una questione pubblica. Non perché si debba presumere l'esistenza di uno scambio illecito, ma perché le due dimensioni possono rafforzarsi reciprocamente. La politica può creare condizioni favorevoli all'attività economica; l'impresa può produrre occupazione e radicamento sociale; quel radicamento può consolidare una presenza sul territorio e, nel tempo, trasformarsi anche in consenso. È un circuito che non ha bisogno di essere dichiarato per essere osservato.

È questo il punto da cui vale la pena guardare alla vicenda di Patù, piccolo comune del Salento dove la politica, la storia familiare e l'attività imprenditoriale finiscono per incontrarsi nella stessa vicenda.

Oggi il sindaco è Gabriele Abaterusso. La sua carriera amministrativa non nasce però con l'ultima elezione. Il Comune documenta un percorso iniziato nel 2006 come consigliere di minoranza, proseguito dal 2011 al 2016 come vicesindaco e quindi, dal 2016, con la carica di sindaco, riconfermata nel 2021. Comune di Patù – Sindaco Nel 2021 la sua lista ottenne 812 voti contro i 339 della lista avversaria, con circa il 70,5 per cento dei voti. Risultati elezioni comunali 2021 – Comune di Patù

Ma la storia politica degli Abaterusso non comincia con Gabriele. Prima di lui c'è Ernesto Abaterusso, suo padre, protagonista per decenni della politica della sinistra salentina e nazionale. La sua vicenda appartiene a una generazione politica che ha costruito nel tempo una fitta rete di rapporti tra territorio, istituzioni e partiti.

Tra questi rapporti compare anche Massimo D'Alema. Non è necessario affidarsi alle voci locali per documentare una relazione politica: gli atti parlamentari parlano da soli. Il 22 luglio 1998 Ernesto Abaterusso e Massimo D'Alema presentarono insieme alla Camera il disegno di legge C. 5156, intitolato «Istituzione del Centro per la ricerca e per lo sviluppo agroindustriale del Mezzogiorno (CERSAM)». Il provvedimento fu quindi sottoscritto da entrambi rimasto senza seguito legislativo. E viene spontaneo chiedersi quante aspettative, in un territorio del Mezzogiorno affamato di lavoro e di sviluppo, possano essersi raccolte attorno alla promessa di un centro per la ricerca e lo sviluppo agroindustriale. Quante persone avranno guardato a quella proposta come a una possibile occasione di riscatto? E quante di quelle aspettative saranno rimaste semplicemente sulla carta, insieme al disegno di legge?

Questo dato non autorizza a trasferire su Gabriele le responsabilità politiche del padre o quelle di D'Alema. Sarebbe un errore. Ma ci consente di riconoscere una cosa molto semplice: prima della carriera politica di Gabriele esisteva già un patrimonio politico familiare.

Ed è proprio quando alla politica si aggiunge l'impresa che la vicenda diventa più interessante.

La famiglia Abaterusso è collegata alla Sud Salento, realtà del settore calzaturiero nata nel 2009 a Gagliano del Capo. Un rapporto di valutazione istituzionale riferiva per il 2021 circa 330 addetti e circa 10 milioni di euro di fatturato, indicando Gabriele Abaterusso nella gestione dell'azienda insieme al fratello Enrico. Nel 2025 la società risultava presente con stabilimenti a Gagliano del Capo, Corsano e Alessano e con circa 335 lavoratori; Gabriele Abaterusso veniva indicato come responsabile amministrativo. Rapporto di valutazione sul Sud Salento

Il dato, preso isolatamente, dice poco. Dieci milioni di euro di fatturato non sono di per sé una stranezza. Ma diventano un dato che merita di essere osservato quando lo si colloca dentro la storia del calzaturiero salentino.

Il distretto era da anni alle prese con una crisi profonda. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha inserito il territorio Salentino-Leccese tra le aree di crisi industriale proprio per il settore tessile, abbigliamento e calzaturiero. Il vecchio distretto calzaturiero salentino, un tempo caratterizzato da grandi aziende come Filanto e Adelchi, è stato progressivamente ridimensionato.

Eppure, proprio nel 2021, in piena crisi del comparto, Sud Salento risultava avere circa 330 dipendenti e un fatturato di circa 10 milioni di euro.

Non c'è nulla, in questo dato, che dimostri un'anomalia. L'azienda aveva trovato una propria collocazione nella filiera del lusso: il rapporto istituzionale spiega che era nata perché Prada cercava aziende produttive in Salento e che successivamente si era concentrata sul conto lavorazione per grandi marchi.

Ma proprio questo rende la storia interessante. Mentre una parte consistente della vecchia filiera salentina crollava, alcune imprese riuscivano a sopravvivere agganciandosi alla filiera del lusso. Quanto conta, in questi casi, la capacità imprenditoriale? Quanto conta l'accesso alle grandi commesse? E quanto è fragile un modello fondato sulla dipendenza da pochi grandi committenti?

La risposta, almeno in parte, sarebbe arrivata negli anni successivi. Nel 2023 Sud Salento ricorse alla cassa integrazione per la riduzione delle commesse; nel 2025, lavorando ormai esclusivamente per Gucci secondo le fonti, avviò la procedura per 120 licenziamenti su 335 dipendenti.

La storia, quindi, non è quella di un'azienda inspiegabilmente prospera in un territorio in crisi. È forse più interessante: è la storia di un'impresa che è riuscita a inserirsi nella filiera del lusso mentre il vecchio modello industriale salentino si sgretolava, ma che proprio quella dipendenza dalla grande committenza avrebbe poi esposto violentemente alla crisi del lusso.

Per decenni il Mezzogiorno ha conosciuto un'economia nella quale politica, istituzioni, incentivi pubblici, imprese e grandi committenti finivano spesso per formare una rete di protezione. Non necessariamente una protezione illegale, e nemmeno necessariamente uno scambio di favori: più semplicemente, un sistema nel quale l'impresa non era lasciata completamente sola davanti alle crisi.

Ma che cosa succede quando quella rete si indebolisce? Quando la politica non riesce più , o non può più , garantire continuità industriale? Quando gli ammortizzatori sociali diventano soltanto una soluzione temporanea? Quando il destino di centinaia di lavoratori dipende dalle decisioni di un grande marchio internazionale che può spostare le proprie commesse altrove?

Forse è proprio qui che bisogna cercare il significato della crisi di Sud Salento. Non necessariamente nella rottura di una specifica «garanzia politica», che non abbiamo elementi per dimostrare, ma nella possibile fine di un modello nel quale il radicamento politico e istituzionale poteva rappresentare una risorsa importante per affrontare le difficoltà dell'impresa.

La domanda diventa allora più ampia: quando anche un'azienda fortemente radicata nel territorio, con una lunga storia familiare e con centinaia di lavoratori, si trova esposta alla decisione di un'unica multinazionale, significa che il vecchio sistema di protezioni territoriali non è più sufficiente?

La crisi del 2025 sembra mostrare proprio questo limite. Il territorio può avere una storia politica, un'impresa importante e una classe dirigente radicata. Ma se la commessa arriva da una multinazionale e quella multinazionale riduce gli ordini, chi protegge davvero il territorio?

In un territorio dove il lavoro è scarso, un'azienda che occupa centinaia di persone non è soltanto un'impresa. È una presenza nella vita quotidiana della comunità. Dietro i lavoratori ci sono famiglie, relazioni, amicizie, persone che conoscono altre persone. Non significa che quei lavoratori costituiscano un blocco elettorale e non significa, naturalmente, che i loro familiari votino per un determinato candidato. Il voto è segreto.

Ma proprio perché non possiamo trasformare quei 330 posti di lavoro in una cifra elettorale, la questione diventa più interessante: quanto peso sociale può avere una realtà occupazionale di queste dimensioni in un piccolo territorio?

Non è necessario stabilire se siano 500, 700 o 900 persone. Sarebbe una falsa precisione. Basta osservare che 330 lavoratori rappresentano una rete umana molto più ampia delle sole 330 buste paga. E quando quella rete si trova nello stesso territorio nel quale una famiglia esercita anche una presenza politica dinastica, è legittimo chiedersi quale possa essere il peso complessivo di quella sovrapposizione.

Una famiglia politicamente radicata, un'impresa con centinaia di dipendenti, una storia imprenditoriale di successo , e alla fine la decisione di un grande gruppo internazionale può mettere in crisi tutto.

Questa non dimostra che siano venute meno «le protezioni politiche».
Ma permette al lettore di chiedersi se il vecchio modo di fare politica nel Mezzogiorno sia ancora capace di proteggere l'economia reale.

Non è un'accusa. È una condizione sociale che merita di essere osservata.

Perché il consenso politico non nasce soltanto dai programmi elettorali. Nasce anche dalla conoscenza personale, dalla reputazione, dalla presenza sul territorio, dalla storia familiare e dalla capacità di essere percepiti come parte integrante di una comunità.

In un piccolo comune tutto questo assume un peso diverso rispetto a una grande città. Il cognome conta di più, la memoria delle famiglie dura più a lungo, le relazioni sono più dense e le attività economiche hanno una visibilità maggiore. Chi ha costruito per decenni una presenza politica o imprenditoriale non parte necessariamente dallo stesso punto di chi entra per la prima volta nella competizione.

Ed è qui che il concetto di capitale politico diventa interessante. Il capitale non è soltanto denaro. Può essere una rete di relazioni, una reputazione, una conoscenza del territorio, una storia familiare, una capacità di mobilitare persone. Sono risorse che non sempre compaiono nei bilanci e che non possono essere facilmente misurate, ma che nella politica locale possono avere un valore enorme.

Quando queste risorse attraversano le generazioni, nasce il problema della continuità del potere.

Non significa che il figlio sia necessariamente il prodotto politico del padre. Non significa che non abbia meriti personali. Significa che può esistere una differenza tra chi deve costruire un patrimonio di relazioni partendo da zero e chi cresce all'interno di un patrimonio già costruito.

È questa la ragione per cui la parola nepotismo deve essere usata con cautela. Non basta essere figli di un politico per essere nepotisti. Ma non sarebbe nemmeno corretto fingere che nascere dentro una famiglia politicamente conosciuta sia esattamente la stessa cosa che iniziare da sconosciuti.

La questione non è stabilire una colpa. È comprendere come funziona la trasmissione del potere.

E qui la storia di Gabriele Abaterusso porta inevitabilmente a una riflessione più ampia sulla sinistra italiana.

Perché il patrimonio politico che precede la sua esperienza amministrativa non è una storia neutra. È una storia legata a una precisa tradizione politica, quella della sinistra salentina e nazionale, e a una generazione che ha attraversato una delle trasformazioni più profonde della sinistra italiana.

Il nome di Massimo D'Alema è particolarmente significativo proprio per questo.

La sua stagione politica non può essere ridotta ai rapporti personali o alle appartenenze di partito. È anche la stagione nella quale la sinistra di governo fu protagonista di una trasformazione del rapporto tra Stato, economia e lavoro. Le privatizzazioni, le liberalizzazioni e la progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro rappresentarono un cambiamento profondo rispetto alla cultura tradizionale della sinistra italiana.

E nel 1999 arrivò una delle contraddizioni più clamorose: il governo D'Alema sostenne la partecipazione italiana all'intervento NATO contro la Jugoslavia. Una scelta che portò l'Italia dentro una guerra e nei bombardamenti sulla Serbia e che rimane una delle pagine più controverse della storia della sinistra italiana contemporanea.

La contraddizione non è difficile da comprendere. Una parte della sinistra che aveva costruito la propria identità sulla pace, sul lavoro e sulla critica al potere economico si trovò al governo a sostenere politiche di modernizzazione economica e, contemporaneamente, un intervento militare internazionale.

Negli anni successivi il processo sarebbe continuato. La questione della flessibilità del lavoro avrebbe assunto un peso sempre maggiore, fino alle riforme che avrebbero modificato profondamente le tutele dei lavoratori, dalla stagione Monti-Fornero alla successiva riforma del mercato del lavoro del governo Renzi e al Jobs Act.

Non sarebbe corretto attribuire tutte queste scelte a D'Alema: appartengono a governi e periodi differenti. Ma insieme raccontano una trasformazione della sinistra di governo che non può essere ignorata.

Una sinistra che, nel corso degli anni, si è progressivamente allontanata da alcune delle sue tradizionali parole d'ordine e ha accettato una parte importante della cultura della flessibilità, della competitività e della modernizzazione economica.

Ed è proprio qui che il tema della trasmissione familiare acquista un significato politico più profondo.

Quando si eredita una tradizione politica, si eredita soltanto una rete di relazioni oppure anche la storia delle scelte compiute da quella tradizione? Si eredita il prestigio, ma anche le contraddizioni? Si eredita la memoria dei successi, ma anche quella degli errori?

Non serve attribuire a Gabriele Abaterusso responsabilità che appartengono ad altri. Sarebbe ingiusto e politicamente poco serio. Ma è legittimo osservare che la sua vicenda personale si colloca dentro una storia familiare e politica precisa e che quella storia merita di essere conosciuta prima di essere giudicata.

Perché il potere non si trasmette necessariamente attraverso un ordine impartito.

Può trasmettersi attraverso un cognome.Attraverso la reputazione.Attraverso la conoscenza del territorio.Attraverso una rete di rapporti costruita in decenni.Attraverso un'impresa.Attraverso centinaia di posti di lavoro.

E soprattutto attraverso la memoria collettiva di una famiglia.

È questo che rende interessante il caso di Patù. Non la ricerca di un'accusa che non possiamo dimostrare, ma l'osservazione di una concentrazione di elementi che, presi separatamente, possono essere perfettamente normali e legittimi, mentre osservati insieme raccontano qualcosa di molto più complesso.

Una lunga storia politica familiare. Una presenza imprenditoriale significativa. Un forte radicamento territoriale. Una continuità amministrativa. Un risultato elettorale netto.

Tutto questo non dimostra uno scambio tra politica e impresa.

Ma dimostra qualcosa di diverso: l'esistenza di un patrimonio di potere politico, sociale ed economico che merita di essere osservato.

Ed è proprio qui che il cittadino dovrebbe fermarsi.

Perché spesso guardiamo soltanto il risultato finale: il voto.

Vediamo il nome sulla scheda, contiamo le preferenze, proclamiamo il vincitore.

Molto più raramente guardiamo ciò che viene prima.

Guardiamo da dove arriva quel candidato. Quale storia porta con sé. Quali relazioni ha ereditato. Quale reputazione. Quale patrimonio economico. Quale presenza territoriale. Quale famiglia.

Non perché tutto questo determini automaticamente il voto.

Ma perché può determinare le condizioni nelle quali il voto viene conquistato.

E questa è una differenza fondamentale.

La democrazia garantisce formalmente a tutti il diritto di candidarsi e di competere. Ma non può garantire che tutti arrivino alla competizione con lo stesso patrimonio di relazioni, conoscenze, risorse e reputazione.

C'è chi deve costruire tutto da zero.

E c'è chi trova già qualcosa costruito prima di lui.

Non è necessariamente una colpa. Non è necessariamente un reato. Non è necessariamente nepotismo.

È potere.

E il potere, in una democrazia, dovrebbe essere osservato proprio quando appare normale.

Perché la domanda più importante non è soltanto chi abbia vinto un'elezione.

È capire quale patrimonio politico, economico e sociale abbia accompagnato ciascun candidato fino alla linea di partenza.

Perché tutti possono correre.

Ma non tutti, nella realtà, partono dallo stesso punto.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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