PRESA PER IL CULO COLOSSALE
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Jul 7, 2026

PRESA PER IL CULO COLOSSALE

La democrazia italiana, nel linguaggio ufficiale, viene descritta come un sistema fondato sulla sovranità popolare e sulla dialettica parlamentare. Tuttavia, un’analisi lucida della prassi politica rivela una realtà radicalmente diversa: siamo di fronte a un assetto di potere che ha svuotato le istituzioni di ogni sostanza decisionale, trasformando la democrazia in una funzione puramente cerimoniale.

L’articolo 1 della Costituzione recita che "la sovranità appartiene al popolo". Questa affermazione è, nella realtà dei fatti, una finzione giuridica. Il cittadino è stato espropriato del potere di scegliere i propri rappresentanti attraverso un sistema elettorale basato su liste bloccate e nomine calate dall’alto. Quando il parlamentare non deve la sua elezione al consenso degli elettori, ma alla benevolenza della segreteria di partito, il rapporto di mandato si inverte: il rappresentante non risponde al popolo, ma alla struttura gerarchica che ne ha garantito la carriera. In questo meccanismo, il parlamentare diventa un dipendente dell'apparato, e il Parlamento si riduce a un ufficio di ratifica per decisioni prese altrove.

L’illusione è alimentata dalla retorica della contrapposizione tra "destra" e "sinistra". In un contesto di sovranità limitata, questa dialettica non è altro che una cortina fumogena. Che si tratti di politica economica, militare o estera, i margini di manovra sono asfissianti, dettati da vincoli sovranazionali e dagli interessi dei centri di potere anglo-americani e tecnocratici.

Le forze politiche, pur professando ideologie divergenti, convergono su un'agenda di compatibilità fissata fuori dai confini nazionali. La distinzione ideologica è dunque diventata un’estetica priva di impatto reale: un gioco delle parti che serve solo a canalizzare il dissenso popolare in scontri orizzontali, impedendo di focalizzare l'attenzione sulla recinzione che delimita, o meglio, che annulla, la sovranità effettiva del Paese.

Se definiamo un "regime" non come una dittatura esplicita, ma come un sistema di potere dove le decisioni fondamentali sono sottratte al controllo del cittadino e dove l'alternanza è puramente apparente, allora la definizione di "regime" appare non solo calzante, ma necessaria. Siamo di fronte a un'oligarchia protetta da un impianto che si auto-riproduce, garantendo la stabilità del sistema internazionale a scapito della democrazia sostanziale.

Il popolo, intrappolato in questa narrazione, spesso cade nella trappola del tifo politico. La partecipazione sui social media, frammentata in fazioni che si scontrano su temi di superficie, funge da ammortizzatore sociale: la rabbia del cittadino viene drenata in polemiche sterili, evitando che si trasformi in una coscienza collettiva consapevole del proprio stato di subalternità.

Riconoscere questa condizione di impotenza è il primo passo per uscire dall'illusione. La democrazia, nel senso pieno del termine, richiede una rottura del circuito di nomina verticistica e, soprattutto, una riconquista dell'indipendenza strategica del Paese. Finché l'agenda politica sarà dettata da attori esterni e il parlamento sarà popolato da soggetti nominati dalle segreterie, il termine "sovrano" resterà una menzogna propinata a un elettorato che, nella sua culla di illusioni, continua a credere di partecipare a un processo che lo vede, invece, totalmente escluso e come è evidente quotidianamente ferito, danneggiato, maltrattato, neutralizzato, schiavo moderno senza ne arte ne parte e dalla dignità calpestata che sperimenta una forma di esclusione radicale. Quanto resisterà questa patologia ?

La patologia può resistere a lungo finché il sistema riesce a garantire un livello minimo di benessere materiale e pace sociale. Questo spiega il RDC poi l’ADI, una sfilza di bonus semi accessibili e tanpte toppe affinche si garantisca un livello minimo di benessere materiale parziale e non sempre accessibile per tutti. Non si tratta di politiche di welfare volte a promuovere l'emancipazione dell'individuo, ma di misure concepite come ammortizzatori di rottura. Il precariato diffusissimo è una di queste : garantire ad un prezzo elevato il livello minimo di benessere materiale.

Il Reddito di Cittadinanza, l'ADI e la miriade di bonus a pioggia non hanno lo scopo di risolvere la povertà strutturale , poiché, se la risolvessero, il cittadino diventerebbe autonomo e quindi politicamente pericoloso , ma quello di mantenere il corpo sociale sotto la soglia della disperazione.

Lo Stato paga la "pace sociale" comprando la quiescenza di una popolazione che, privata della sicurezza del lavoro, diventa ricattabile. La democrazia, in questo scenario, non è che il teatro in cui viene inscenata questa costante gestione della povertà.

La patologia resiste perché è autoreferenziale:

  1. L'agenda esterna impone austerità o flessibilità che generano precariato.

  2. Le segreterie creano sussidi (RDC, ADI, bonus) per gestire il malcontento generato da quelle stesse politiche.

  3. Il sistema si auto-alimenta: la precarietà genera la necessità di sussidi, e la gestione dei sussidi fornisce alle segreterie il controllo sul consenso.

Questa è una "schiavitù moderna" perché, a differenza delle schiavitù del passato, non è imposta con la forza fisica, ma con la precarietà esistenziale. Il cittadino non è incatenato, è "tenuto in sospeso". E finché il sistema riesce a gestire questa sospensione, il "regime" resta al sicuro.


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