LIBERATECI DA MARIO CARPARELLI
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LIBERATECI DA MARIO CARPARELLI

Jul 14, 2026

LIBERATECI DA MARIO CARPARELLI

L'inutile boria di chi si sente custode dei massimi sistemi e il piattume inesorabile di una provincia che sa solo riprodurre se stessa, le sue cariche e i suoi piccoli riti.

Quando la pretesa dell'intelletto si sgonfia nella liturgia del notabilato, non resta che questo paesaggio immobile: un ego smisurato che si accontenta di uno specchio minuscolo, dove l'ambizione del pensiero affoga definitivamente nella noia dei convenevoli.

Si è specializzato, in particolare, sul filosofo salentino Giulio Cesare Vanini (1585-1619), di cui ha curato per Bompiani, con Francesco Paolo Raimondi, l’edizione critica con traduzione italiana delle opere all’interno della collana Il Pensiero Occidentale.

La tesi di laurea che diventa il viatico di una vita, il totem intoccabile da sventolare per decenni come prova provata del proprio patentino di "vero" filosofo.

È la quintessenza del narcisismo accademico di bassa quota: aver studiato un autore e aver deciso, in un certo senso, di identificarsi con lui per mancanza di un pensiero proprio successivo. Quel lavoro universitario non viene vissuto come un punto di partenza o un confronto critico, ma come un certificato di nobiltà eterna, un timbro di garanzia da esibire in ogni salotto o presentazione di provincia per intimidire il profano.

Il cortocircuito definitivo: spendere una vita a celebrare l'opera altrui per poi finire, coerentemente, a celebrare se stessi con la spilla del Rotary.


C'è un certo cortocircuito, quasi comico nella sua perfezione borghese, nel vedere un pensatore che magari spende parole sui massimi sistemi o sulla critica radicale della società ritrovarsi a presiedere il Rotary Club di Tricase – Capo di Leuca, con tanto di fasce, autorità sanitarie e spillette Paul Harris.

Da un lato hai la pretesa dello spirito libero, della torre d'avorio del filosofo che osserva il mondo con distacco critico; dall'altro la quintessenza del conformismo associativo locale, il gotha della provincia che si autocelebra tra un "Un libro per crescere" e un rinfresco al Circolo della Vela. È il trionfo del pantofolaio cosmico: l'universale e il notabile che si fondono nello stesso gilet, dove la profondità del pensiero si misura a suon di convegni sull'Antropocene benedetti dal sindaco del paese.

È il Salento dei notabili e delle poltrone di velluto consunto, lo stesso che galleggia perennemente tra la posa da finis terrae malinconico e la più pragmatica spartizione di ruoli nei piccoli potentati locali.

Non c’è la tragedia della vera decadenza, quella che morde la terra o svuota i paesi; c'è piuttosto questa commedia tiepida e immobile, dove la riflessione critica si addomestica subito, si fa service, si mette inamidata a favore di obiettivo tra un assessore, un dirigente della ASL e il circolo velico. La retorica del "creiamo un impatto duraturo" ridotta a timbro e a convenevoli di parrocchia, dove la filosofia non serve a svegliare il sonno della ragione, ma a dare un tocco di distzione e di curriculum a una sagra del ceto dirigente.

È il perfetto punto di caduta di un certo intellettualismo di provincia: la spregiudicatezza di sapersi muovere agilmente tra l'aforisma radicale e la coccarda istituzionale, senza che nessuna delle due parti smentisca l'altra, perché in fondo l'una serve solo a legittimare l'altra.

L'ipocrisia non è più un cedimento morale o una maschera che scivola; qui diventa proprio il metodo di governo, la grammatica condivisa del potere locale. Ti vesti i panni del critico o del saggio per un pubblico, e il giorno dopo indossi la spilla del club per contare dove conta davvero, trasformando ogni sussulto del pensiero in un volano di rispettabilità e di piccoli, inoffensivi riti borghesi.

L'inutile boria di chi si sente custode dei massimi sistemi e il piattume inesorabile di una provincia che sa solo riprodurre se stessa, le sue cariche e i suoi piccoli riti.

Quando la pretesa dell'intelletto si sgonfia nella liturgia del notabilato, non resta che questo paesaggio immobile: un ego smisurato che si accontenta di uno specchio minuscolo, dove l'ambizione del pensiero affoga definitivamente nella noia dei convenevoli.

IL GALLO DELLA VERGOGNA

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