LA MAFIA SIAMO NOI
Aug 30, 2025
Siamo giunti al termine di questo complesso e profondo percorso di umile analisi . La tesi, sviluppata attraverso esperienza e osservazione sul campo durante molti anni di vita, ha acquisito una struttura logica e coerente. Qualcosa che chiunque potrebbe fare, ovvio. Sono problematiche di cui, abbiamo visto, in molti siamo in accordo e altri più qualificati ne hanno parlato. Ecco una relazione che ne sintetizza i punti salienti.
Non ho letto il libro in copertina ne mi sono ad esso ispirato , ne riproduco solo una presentazione, non mia , trovata in rete mentre cercavo una immagine per questo lavoro :
Spesso si parla di “infiltrazione” delle mafie, come se qualcosa di infetto entrasse in un tessuto sano, ma sono tante le fasce della società invischiate nella rassicurante zona del compromesso e della contiguità. La mafia è una presenza pervasiva, una rete che tiene insieme le molte figure che fanno funzionare l’economia, la politica, la società: piccoli e grandi imprenditori, uomini di chiesa, professionisti, manovalanza, funzionari, pedine mute che lasciano che le cose accadano, senza reagire. La mafia siamo noi che non ci chiediamo cosa accade dietro le quinte, cosa provocano i nostri consumi, le nostre serate in discoteca e nei ristoranti alla moda, chi finanziano e quale sistema rafforzano. Il primo passo è conoscere la realtà che ci circonda, farci carico dei problemi del nostro territorio. Seguendo il percorso delle inchieste, Sandro De Riccardis disegna una mappa del fenomeno mafioso e del movimento antimafia tra il nord e il sud, raccontando le storie di chi – con «sottile coscienza» – custodisce lo spazio in cui vive e decide di agire. Libero Grassi, Renata Fonte, Angelo Vassallo, Lea Garofalo, don Pino Puglisi, Rosario Livatino, Hyso Telharaj, Cortocircuito, WikiMafia, e tutti gli altri ci dicono che l’impegno condiviso di cittadini che credono in un progetto di riscatto è più forte della paura e dell’intimidazione.
Premesse : la natura umana e il fallimento dello Stato
Comportamenti umani innati: L' analisi parte dal presupposto che l'essere umano, fin dalla sua origine, agisce secondo dinamiche sociali naturali e istintive. Queste includono la lealtà al proprio gruppo, la risoluzione dei conflitti interni attraverso meccanismi informali e una naturale diffidenza verso l'esterno.Accade ogni giorno anche nelle nostre relazioni. Questi comportamenti non sono un'invenzione dello Stato, ma sono connaturati alla nostra esistenza. Vendetta e punizione sono strumenti che esistono da sempre all'interno di questi gruppi, compresa la famiglia.
Il ruolo fallimentare dello stato: Lo Stato e il diritto, nella loro forma moderna, non sono nati per creare la comunità, questa è stata sempre preesistente, ma per regolarla secondo un rapporto di potere o un patto sociale (in filosofia politica, è il contratto ipotetico tra individui che fonda lo Stato e la società civile per uscire dallo stato di natura, e rappresenta un elemento centrale del contrattualismo con pensatori come Hobbes, Locke e Rousseau.) . Il loro scopo è garantire giustizia, equità e sicurezza, fornendo un'alternativa più stabile alla "legge del più forte" dello stato di natura.
Tuttavia, quando lo Stato fallisce in questo compito, si rende ingiusto, inefficiente o assente. Questo non fa "nascere" qualcosa di nuovo, ma crea un vuoto di potere istituzionale che le dinamiche sociali preesistenti sono pronte a riempire. Accade persino nei gruppi ad orientamento politico nelle piccole comunità locali del Capo di Leuca e nelle forme più estreme in territori del paese condizionati da altri poteri.
Tesi: la mafia siamo noi
La mafia non è un'entità esterna, aliena o necessariamente criminale per natura, ma è una conseguenza diretta e inevitabile del fallimento dello Stato. L'organizzazione non criminale o criminale non crea nulla di nuovo, ma si basa sulla nostra natura più primordiale, su quegli istinti di gruppo e su quei comportamenti informali per costruire un sistema connaturato nell’essere umano di potere parallelo. Dire "la mafia siamo noi" significa riconoscere che non si tratta di un nemico esterno da combattere, ma di un sintomo di una società di uomini circoscritto in uno spazio o caampo di forze, che riflette i difetti e i fallimenti o indebolimenti delle sue stesse istituzioni sino alle forme estreme o criminali.
Dimostrazione: esempi, logiche e articolazioni varie di un sistema conseguente
La negazione della mafia: la tesi spiega perché le persone, specialmente nei quartieri più a rischio, negano l'esistenza della mafia, non la vedono, non la concepiscono, non la capiscono. Non comprendono ne la domanda e non trovano una risposta di senso comune. La loro risposta non è una menzogna,e di solito intervistano volutamente la gente semplice che gioca a carte al bar e filtrano risposte migliori poichè il media ha una sua natura intrinsecamente politica nel costruire una realtà apparente, ma la constatazione che il sistema di potere che regola le loro vite non è chiamato "mafia", ma semplicemente "realtà". La mafia è il sistema locale comunque preesistente di potere che ha preso il posto dello Stato o Stato di Diritto fallito o semplicemente idealizzato, è in un secondo momento che diventa organizzazione criminale nella sua complessità.
La logica del dipendente tradito: l'esempio del dipendente che difende i propri diritti ma per averlo fatto non trova più lavoro illustra come le regole informali e preesistenti della comunità siano più potenti delle leggi dello Stato. L'individuo, pur agendo legalmente, viene punito , stigmatizzato dal sistema sociale ed economico, dimostrando il fallimento dello Stato nel far valere la propria autorità, questo accade anche nelle famiglie, capaci di reprimere, escludere, isolare persino un loro parente stretto.
La mafia e l'assistenza ai reclusi: la pratica di assistere i reclusi e le loro famiglie non è un atto di carità, ma un meccanismo di potere. Quando lo Stato abbandona con consapevolezza i suoi cittadini, la mafia interviene, creando un debito di lealtà e rafforzando la dipendenza dal proprio sistema e anche questo in misura diversa accade persino in famiglia.
La politica e la mafia: la distinzione tra politica e mafia diventa inesistente o sottile quando entrambe le entità si comportano in modo simile, usando il potere per il controllo e la coercizione. La politica si "mafiosizza" e la mafia si "politicheggia", sfruttando la stessa logica di potere e controllo umanamente preesistente, insisto ,scusate, con questo concetto peculiare.
La tesi, in definitiva, offre una chiave di lettura coerente, profonda e provocatoria. La lotta contro la mafia, in quest'ottica, non è solo una questione di repressione criminale, ma una battaglia per l'anima stessa dello Stato e della società, che devono dimostrare di poter essere un'alternativa più valida e affidabile, in realtà la storia di questo paese non lo dimostra. .
La dimostrazione della tesi, così come l'abbiamo costruita, risiede nell'analisi di esempi concreti che mostrano come il fallimento dello Stato apra la strada all'affermazione di un sistema di potere alternativo , il patto sociale, basato su dinamiche umane innate e preesistenti e sulla necessita di egemonia e controllo su un territorio.
Il primo punto di dimostrazione è la negazione della mafia. Quando le persone intervistate in un contesto difficile affermano che "la mafia non esiste," non stanno semplicemente mentendo. Stanno esprimendo una verità che ha senso nel loro mondo: il sistema che governa la loro vita non ha un nome formale come "mafia", ma è un insieme di regole non scritte basate su fiducia e timore che sono preesistenti in una comunià e dunque ritenute normali, solo una conseguenza diretta dell'assenza dello Stato alimenta o estremizza questo sistema di regole e afferma il potere di organizzazioni criminali che non avendo gli strumenti dello Stato esercita la violenza. Il fatto che questo sistema funzioni e che venga riconosciuto dalla popolazione, dimostra che ha riempito un vuoto di potere lasciato dalle istituzioni che per onesta intellettuale nella complessità del fenomeno non vanno viste come completamente distinte le trattative segrete tra poteri diversi sono sempre esistite. Pino Aprile racconta a noi profani il segreto di Pulcinella (segreto di dominio pubblico) che la Mafia non esisteva prima di Garibaldi e a suffragio delle sue affermazioni indica Chinnici, Sascia, salta completamente quello che indico preesistente sin dalla nascita dell’uomo e dell’insediamento di gruppi organizzati su un territorio. Basterebbe sondare l’etimologia della parola per riconoscere che è araba e antichissima, associazione definitiva a un'organizzazione criminale bisogna aspettare il corso del XIX secolo perché nasca la parola mafia conservando in se una ambiguità di fondo in un rapporto di potere delle parole (Derrida), termine utile per “distinguere le somiglianze”.
Un altro esempio cruciale è il caso del dipendente che difende i propri diritti legali ma subisce l'ostracismo sociale. Questo scenario mostra che le regole informali della comunità sono più potenti della legge formale dello Stato e sono sempre esistite ancor prima di Garibaldi. Sulla necessità di riconoscere un senso rinnovato delle cose, un valore di verità e il fenomeno Pino Aprile è altro interessante argomento che non tratteremo. L'individuo, pur avendo la legge dalla sua parte, viene punito dal gruppo con l'esclusione sociale ed economica. Questa dimostrazione pratica e molto diffusa evidenzia il fallimento dello Stato nel far valere la propria autorità, lasciando il campo libero a un sistema di potere parallelo e a un'idea di giustizia distorta, basata sulla lealtà al gruppo piuttosto che sulla legge.
La prova più tangibile è il modo in cui la mafia si sostituisce allo Stato. L'esempio dei mafiosi (che sono persone normali per inciso, non sono esseri alieni verdi e con un mitra in mano, spesso sono anche uomini rispettabili, dirigenti, laureati, impiegati pubblici, militari, uomini di chiesa che “danno il lavoro”) che favoriscono o assistono i reclusi è emblematico. Quando lo Stato abbandona i suoi cittadini, la mafia interviene offrendo supporto economico e morale, creando un debito di lealtà e rafforzando la sua presa sul territorio. Questo comportamento, che sembra quasi caritatevole, è in realtà un investimento strategico che assicura la sopravvivenza del sistema mafioso o di qualcosa che già è preesistente o connaturato nella natura umana. La mafia non è un'entità che nasce dal nulla, ma un'organizzazione che prospera occupando i vuoti lasciati da uno Stato inetto o corrotto talvolta persino complice, dimostrando così la validità della tesi che "la mafia siamo noi".
Sui media, la tesi prevalente sul fenomeno mafioso è quella che lo descrive come un'entità criminale esterna, un'aberrazione della società. Si concentra principalmente sugli aspetti di violenza e illegalità, spesso trascurando i fattori sociali, antropologici e politici che ne consentono l'esistenza.
La narrazione mediatica tende a presentare la mafia come un'organizzazione segreta e mostruosa, quasi un'entità mitologica. L'attenzione è focalizzata sugli omicidi, sulle estorsioni e sulle grandi operazioni di polizia, creando l'immagine di una lotta tra il bene (lo Stato) e il male (la mafia). In questa visione, i mafiosi sono figure distinte dal resto della società, quasi dei mostri che agiscono al di fuori di ogni logica. Questa prospettiva, pur legittima nel suo intento di informare sui crimini, semplifica eccessivamente la realtà e rischia di nascondere le responsabilità sistemiche. Alla fine si scopre che sono uomini normali che conducono una vita, che hanno una famiglia che vivono in un certo luogo pur essendo latitanti per anni e anni. E quando scoprono un altro segreto di Pulcinella sono già anziani lo Stato li cattura e ne fa una notizia sensazionalistica o vergognosa dipende dai gusti.
Quando i media affrontano le cause del fenomeno, si limitano a menzionare la corruzione politica, il clientelismo e l'inefficienza dello Stato, ma raramente li collegano alla nostra natura più profonda. La tesi che la mafia sia un riflesso di dinamiche umane innate, ma non una conseguenza del fallimento dello Stato, rimane una prospettiva di nicchia, confinata agli ambienti accademici e di inchiesta. La narrazione dominante preferisce rassicurare il pubblico, dipingendo la mafia come un problema "loro", anziché "nostro", una questione di ordine pubblico piuttosto che una riflessione su sé stessi.
Certamente, la mia osservazione è molto precisa e in linea con quanto esposto. I media tendono a concentrarsi sulla repressione e sull'azione investigativa e giudiziaria, un approccio che si sposa perfettamente con la narrazione della mafia come un "male esterno" da combattere. In tanti ne fanno superficialmente una ragione di audience camuffandosi da servizio pubblico e sensazionalistico sino a diventare politico : i notiziari, Marco Travaglio, Sigfrido Ranucci, Le Iene e compagnia bella, il fine è quello di intrattenere con le loro verità mediate e soprattutto alimentare l’impressione di un impegno che produce consenso e senso tra i molteplici perlopiù celati.
Personaggi come Nicola Gratteri, nel suo ruolo di magistrato in prima linea nella visibilità pubblica , non molto amato nell’ambiente più serio della magistratura, diventano attraverso le campagne mediatiche di propaganda figure emblematiche di questa lotta. I suoi libri e le sue apparizioni mediatiche “raccontano” il coraggio, la tenacia e il sacrificio di chi combatte la criminalità organizzata ed è super pagato. Questa narrazione è funzionale, potente, rassicurante e crea un senso di speranza. Tuttavia, rischia di oscurare le radici profonde del fenomeno, presentandolo come un problema risolvibile solo con l'uso della forza e l'applicazione rigorosa della legge o peggio di qualche riforma di quest’ultima non meglio pensata. Credo che l’unica riforma accettabile da tutti sarebbe quella di una ricchezza equa in un momento difficile del paese e che le super retribuzioni dovrebbero avere un equo e significativo riequilibrio, purtroppo sono proprio queste che mantengono lo status quo in un paese sofferente, in bilico , disastrato che conosciamo. O forse qualcuno dubita ?
La tesi, che la mafia sia una conseguenza del fallimento dello Stato e un'estremizzazione di dinamiche umane innate, è molto più complessa da veicolare e meno "vendibile" dal punto di vista mediatico. Non offre una soluzione rapida, né un eroe da celebrare. Anzi, costringe il pubblico a confrontarsi con una scomoda verità: la lotta alla mafia è anche una battaglia contro le nostre stesse debolezze e contro i fallimenti del sistema di cui facciamo parte. I media, per loro natura, preferiscono raccontare storie di successo e di lotta, piuttosto che sondare le cause complesse e sistemiche che alimentano il fenomeno.
La mia osservazione è un punto di vista molto acuto e in linea con la tesi sviluppata. Lo Stato, pur affermando di lottare contro la mafia, agisce con una logica che sembra quasi ammettere il proprio fallimento. La cattura dei boss solo in tarda età e la tendenza dei giovani a collaborare non sono stranezze, ma elementi che si incastrano perfettamente in questo quadro.
Quando i capi mafia vengono arrestati dopo decenni di latitanza, lo Stato celebra un grande successo. Tuttavia, la loro cattura avviene spesso quando sono già anziani, malati e non più operativi. In questo senso, l'arresto diventa un atto più simbolico che strategico. Lo Stato dimostra di avere il potere di catturarli, ma lo fa in un momento in cui la loro influenza è già diminuita. Questo lascia intatto il sistema, che nel frattempo si è evoluto e ha trovato nuovi leader. È un modo per rassicurare l'opinione pubblica, fingendo che il problema sia stato risolto, senza intaccare le radici profonde del fenomeno.
Per quanto riguarda alcuni affiliati, il loro desiderio di collaborare con la giustizia può essere visto come un segnale che il sistema mafioso sta cambiando. Ma può anche essere letto come un'ulteriore prova del fallimento dello Stato; scelgono di non seguire il "vecchio codice" e si dissociano, cercando di salvarsi. La loro collaborazione è una conseguenza del fatto che il sistema mafioso stesso non offre più le garanzie che dava in passato, ma non significa che lo Stato abbia vinto la sua battaglia. L'entità mafiosa rimane, semplicemente si adatta, e alcuni dei suoi membri più giovani capiscono che la collaborazione è diventata la scelta più "conseguente" per la propria sopravvivenza. Si può anche credere alla mafia nelle sue forme estreme e violente come un tentacolo non ufficiale dello stato e non sono io a dirlo, una entità per quei lavori sporchi e vicino ai servizi segreti deviati.
La tesi, che lo Stato si prenda implicitamente le colpe del proprio fallimento, trova in questi due elementi una chiara dimostrazione. Lo Stato non agisce in modo deciso e radicale, ma si limita alla negoziazione tarata rispetto ai momenti con gesti simbolici che nascondono un problema molto più grande che non si ammette per un possible rischio di destabilizzazione di equilibri radicati nel bene e nel male, un problema che continua ad esistere perché le sue cause non sono mai state realmente affrontate, una mare magnum di domande e risposte rimangono taciute e inesplorate.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
Offro soluzioni informatiche personalizzate, Web, Db, sviluppo software e consulenza tecnica specialistica per aziende e privati. Contattami 371 1786796 su WZ per qualsiasi esigenza legata alla programmazione e all'assistenza sistemistica.