L’ITALIA È NEL BARATRO : ANATOMIA DI UNA DECADENZA PROGRAMMATA
Nov 11, 2025
L’ITALIA È NEL BARATRO : ANATOMIA DI UNA DECADENZA PROGRAMMATA
1 Disoccupazione e precarietà lavorativa
- I giovani faticano a trovare lavoro stabile e ben retribuito.
- Molti si trasferiscono all’estero, causando fuga di talenti.
- Il lavoro precario riduce sicurezza economica e prospettive future.
2 Disuguaglianze territoriali e sociali
- Forte divario tra Nord e Sud in opportunità, infrastrutture e servizi.
- Crescente distanza tra classi sociali, che riduce la coesione e alimenta frustrazione.
3 Invecchiamento della popolazione
- Sempre più anziani e pochi giovani, con impatto su sanità, pensioni e servizi sociali.
- Rischio di sovraccarico sulle strutture pubbliche e minor dinamismo economico.
4 Istituzioni e politica inefficace
- Scarsa fiducia nelle istituzioni e governi instabili.
- Buona parte della popolazione percepisce inefficienza, corruzione e mancanza di continuità nelle politiche pubbliche.
- Mancanza di partecipazione civica reale e coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni.
5 Cultura, informazione e distrazione
- Consumo di spettacolo e intrattenimento che distoglie dai problemi concreti.
- Disinformazione e polarizzazione mediatica che riducono capacità critica e dialogo costruttivo.
- Senso civico ed educazione alla partecipazione spesso trascurati.
C’è un’immagine che rende bene la condizione del nostro Paese: un corpo che sorride in volto ma è febbricitante dentro.
Da fuori si direbbe vivo, dinamico, moderno.
Ma basta grattare appena la superficie , appena un po’ , e affiora tutta la stanchezza, il disincanto, la disperazione civile che ci portiamo addosso da anni, forse decenni.
L’Italia non rischia di cadere nel baratro: ci è già dentro, e per giunta continua a decorarne le pareti come se il fondo fosse un salotto.
Si finge benessere per non affrontare la realtà.
Si invoca l’ottimismo come anestetico collettivo, si produce intrattenimento a ritmo industriale per coprire l’eco del crollo.
Il risultato è un Paese che non pensa, non elabora, non si indigna più: si consola.
La politica è diventata un’industria del consenso, non della soluzione.
La classe dirigente si divide in due categorie: chi finge di sapere cosa fare e chi sa benissimo di non poter fare nulla.
Il governo Meloni, come i precedenti, si muove tra simboli e slogan: sovranismo da bar, orgoglio nazionale di cartapesta, battaglie identitarie senza contenuto.
Non si affrontano i nodi strutturali , lavoro, scuola, sanità, giustizia, demografia , ma si preferisce intrattenere la popolazione con la retorica.
Ogni problema viene convertito in una “narrazione”:
- la povertà diventa “resilienza”,
- la disoccupazione “attesa di opportunità”,
- l’emigrazione giovanile “mobilità europea”,
- la crisi industriale “transizione ecologica”.
Nel frattempo, il Paese reale muore lentamente.
I De Caro, Pagliaro, De Blasi, la Schlein, i sindacati, le opposizioni frammentate si preparano alle regionali in Puglia come se fossero una festa patronale del potere.
Tutti aspirano a un seggio, nessuno a un cambiamento. Il loro sicuramente.
La politica locale è ormai il riflesso di quella nazionale: un grande laboratorio di clientelismo, promesse e pose mediatiche e scandali.
Le parole d’ordine non sono “servire” ma “apparire”; non “capire”, ma “presidiare”.
Mentre loro si contendono i simboli, i cittadini perdono i diritti.
L’inflazione galoppa, erode tutto: stipendi, pensioni, risparmi e perfino il linguaggio.
Non c’è più differenza tra dignità e sopravvivenza, perché anche chi lavora non ce la fa più.
La pressione fiscale abbrutisce, il costo della vita strangola, la burocrazia corrode.
Il risultato è un popolo stremato e sospettoso, dove perfino la piccola borghesia produttiva , gli artigiani, i commercianti, le partite IVA , si è trasformata: da motore sociale a tribù del risentimento.
Senza aiuti, senza tutele, senza prospettive, molti si arrabattano e s’ingegnano.
Nascono così nuove figure dell’italiano contemporaneo: il furbo disperato, il professionista frustrato, l’imprenditore cinico, il piccolo esercente che si arrangia ai margini della legalità.
Non per vocazione, ma per sopravvivenza.
E questa degenerazione non è solo economica: è morale, antropologica, culturale.
Nei paesi del Sud , a Leuca, a Salignano, a Castrignano, ma anche in migliaia di piccoli centri dimenticati — si sente il peso dell’abbandono.
Gli esercizi chiudono, i giovani partono, i vecchi restano come reliquie di un tempo andato.
Chi resta si sente accerchiato da un sistema che non tutela ma punisce, che tassa anche l’aria, che rende impossibile la crescita e obbligatoria la furbizia.
E allora la comunità si trasforma: non più solidale, ma sospettosa; non più legata, ma frammentata.
Nascono piccole gelosie, abusi, inganni quotidiani.
La miseria economica produce miseria etica: la tentazione di approfittare dell’altro diventa un riflesso, non più un peccato.
Nel frattempo, lo spettacolo continua.
Televisione, social, sport, gossip: un gigantesco apparato di consolazione collettiva.
Il calcio sostituisce la politica come religione civile, gli influencer sostituiscono gli intellettuali, i talk show sostituiscono il dibattito.
Tutti parlano, nessuno ascolta.
E chi osa dire la verità viene accusato di pessimismo o di disfattismo, come se la lucidità fosse un reato.
Così la società resta ibernata, sognante e dormiente allo stesso tempo.
I giovani non scappano solo per trovare lavoro: scappano per respirare, per pensare, per sentirsi vivi.
Ma chi non può andarsene rimane prigioniero di un Paese che lo tradisce ogni giorno: scuola inefficiente, stipendi ridicoli, precarietà come condanna, meritocrazia inesistente.
A Leuca prova a fuggire da una realtà insopportabile con una canna, con una piantina di mariuuana e il vicino nutrito e accecato da una industria culturale irrispettosa delle coscienze che mette gli uni contro gli altri , convinto che Francesco Alberoni sia il miglior saggista e giornalista d’Italia e Vasco Rossi una grande star e non un miserabile, fa la spia.
Un Paese che li illude con le “startup”, le “opportunità digitali”, l’“innovazione green”, ma poi li paga a voucher o li sfrutta in tirocini eterni. E sempre a Leuca nel Parco Otranto Santa Maria di Leuca sognando Montecarlo il paradigma obsoleto la mediocre vicesindaca Valeria Ferraro rilascia dichiarazioni inverosimili e vergognose, Lei che avrebbe forse studiato.
E quando i giovani finalmente si ribellano, vengono accusati di essere ingrati, di non amare la propria patria...nella Repubblica delle Banane.
L’Italia, intanto, si chiude in se stessa come un animale ferito.
Non si fida più di nessuno: né dello Stato, né dei partiti, né della giustizia.
Si rifugia nel privato, nella famiglia, nell’apparenza, nella fede — o nel cinismo.
E intanto le disuguaglianze si allargano, le mafie si trasformano in holding economiche, i diritti sociali evaporano.
Questo non è più un Paese da riformare: è un Paese da rifondare.
Ma per rifondarlo servirebbe una coscienza collettiva che oggi manca, sepolta sotto strati di paura, rassegnazione e distrazione.
Servirebbe una generazione capace di rompere la narrazione dominante non certo la Giulia Chiffi che fa l’ingenua con Tajani e si fa fotografare con il Sindaco di Corsano per la sua improbabile carriera politica, una generazione seria capace di smettere di sognare e ricominciare a capire.
Ma per ora, ci accontentiamo del sonno.
Un sonno tranquillo, cullato dal rumore del pallone e da un microfono sempre acceso.
E mentre dormiamo, l’Italia continua a scivolare.
Non nel futuro, ma nel suo eterno presente: un Paese che si consola mentre affonda.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
Offro soluzioni informatiche personalizzate, Web, Db, sviluppo software e consulenza tecnica specialistica per aziende e privati. Contattami 371 1786796 su WZ per qualsiasi esigenza legata alla programmazione e all'assistenza sistemistica.