IL CONFLITTO COME RISORSA
Aug 24, 2025
Riguardo ai temi della decostruzione e della natura ambigua del linguaggio, che mettono in luce i rapporti di potere nella costruzione semantica delle parole, mi chiedo se in alcune pratiche radicate nella cultura occidentale, di fronte a tale complessità, siamo stati “costretti” ispirati da nobili ideali a creare un "ordine possibile" per garantire una convivenza sopportabile. Tramontati gli ideali cosa rimane ?
Mi chiedo se questo processo abbia alimentato, meglio dire trasformato dottrine che propongono soluzioni, ma che in sé nascondono i limiti ereditati da questa stessa costruzione, sviluppando un vero e proprio artefatto.
Un esempio lampante è la giurisprudenza nelle questioni conflittuali, come le separazioni con figli minori. In questi casi, il sistema sembra accecato da false aspettative, arrivando persino ad alterare gli equilibri dei minori e a danneggiarli. Soprattutto in Italia, dove consultori e servizi sociali non sono adeguatamente formati, si innesca un susseguirsi di criticità che, invece di ridurre i problemi, li aumentano a dismisura, fino a un grado di follia evidente.
Ci sono volte in cui mi fermo a riflettere su come il linguaggio, che consideriamo uno strumento per comunicare la realtà, in realtà la costruisca e la distorca, spesso per celati rapporti di potere. Mi affascina l'idea che la realtà non sia una verità oggettiva, ma un groviglio di significati in competizione, e che le nostre percezioni siano plasmate e manipolate da un sistema che sembra più interessato a trarre profitto dai conflitti che a risolverli. Il sistema potrebbe anche essere la famiglia, i gruppi, sino alle istituzioni, bacini di rapporti di potere.
Ho notato come le parole che usiamo non siano mai neutre. Le istituzioni, i media e persino le nostre relazioni personali le utilizzano per imporre narrazioni e definire ciò che è considerato "normale" o "giusto". In questo processo, la complessità delle situazioni viene sacrificata per creare un ordine apparente. Questa semplificazione è un atto di potere che serve a mantenere lo status quo e a tutelare interessi specifici. La polarizzazione del dibattito, come ho visto spesso, non è un incidente, ma una strategia per dividere e dominare, impedendo alle persone di trovare un terreno comune e di agire insieme per il loro bene.
Ne abbiamo una storia emblematica nella politica decennale a Castrignano del Capo.
Ho la netta impressione che alcuni sistemi, anziché risolvere i conflitti, li sfruttino. Questo crea un paradosso in cui il malfunzionamento del sistema diventa la sua stessa ragione d'essere. Se un sistema, che si tratti di quello legale, dei media o di qualsiasi altra istituzione, trae profitto dalla perpetuazione di un problema, non avrà alcun interesse a risolverlo trincerandosi e giustificandosi in vari modi, lo vediamo con le vicende ancora infinite e non risolutive del Porto Tiristico di S. Maria di Leuca.
Un altro esempio lampante sono le separazioni con figli minori. Le soluzioni offerte, pur se pensate per dare un quadro di riferimento, spesso non riescono a sanare il conflitto emotivo che ne è la vera radice. Se non si lavora sulle dinamiche relazionali, la sentenza del giudice rischia di diventare un mero strumento per continuare la guerra, una logica da "vincitore/perdente" che danneggia irreparabilmente il minore. Questo accade perché i professionisti non sono adeguatamente formati per affrontare la complessità umana e si limitano ad applicare meccanicamente le norme, in un susseguirsi di criticità che, paradossalmente, aumentano a dismisura fino a rasentare la follia.
Ho pensato a come questo si manifesti anche in situazioni più semplici. Ho riflettuto su come l'esposizione sui balconi di una singola bandiera di solito quella palestinese in un conflitto così complesso come quello israelo-palestinese sia un atto di "tifo da stadio" che alimenta la divisione. Esporre una singola bandiera riduce tutto a una scelta binaria, "noi contro loro", e ignora il dolore e le ragioni dell'altra parte. Entrambi non hanno colpe per scelte politiche fatte in un lontano passato da altre generazioni rendendo oggi la situazione molto complessa a cui non si sa rispondere nei termini risolutivi. È un atto di potere che nega la validità di altre prospettive e impedisce il pensiero critico. A mio avviso, l'unica via per veicolare l'idea di pace sarebbe esporre entrambe le bandiere, quella palestinese e quella israeliana. Ma è evidente che questo non si vuole.
La scelta di non esporle insieme suggerisce una resistenza al compromesso, una dinamica che trae beneficio dalla divisione. Riconosco che il mio compito non è scegliere da che parte stare, ma trovare un modo per la convivenza. Solo superando questa logica e riconoscendo che la pace non si ottiene con la vittoria di una parte sull'altra, ma con il riconoscimento reciproco e la volontà di trovare un terreno comune, potremo sperare di creare una società in cui il conflitto non è una risorsa, ma una sfida da superare.
Le parole non sono strumenti neutrali, ma veicoli di potere. Le istituzioni, i media e persino le relazioni interpersonali usano il linguaggio per imporre narrazioni, creare categorie e definire ciò che è "normale" o "giusto". In questo processo, la complessità viene spesso sacrificata in nome di un ordine apparente, che in realtà serve a mantenere lo status quo e a servire interessi specifici. La polarizzazione del dibattito, come nell'esempio del tifo per una singola bandiera, è una strategia per dividere e dominare, impedendo alle persone di riconoscere il terreno comune e di agire insieme per il loro bene collettivo.
Il punto più critico della riflessione è che i sistemi, anziché risolvere i conflitti, tendono a sfruttarli. Questo crea un paradosso dove il malfunzionamento di sistemi microscopici e macroscopici e diventano la loro stessa ragion d'essere. Che si tratti della famiglia, dei gruppi, del sistema legale, dei media o di qualsiasi altra istituzione, se la sua sopravvivenza dipende dalla perpetuazione del problema, non avrà alcun interesse a risolverlo. In questo contesto, l'incapacità o la malafede di alcuni attori diventa un mezzo per perpetuare un ciclo di dipendenza e di guadagno, magari senza consapevolezze, si pensi alla burocrazia italiana. La follia che ne deriva, la distorsione evidente della realtà che genera sofferenza, è il risultato di un sistema che non è al servizio delle persone, ma sostanzialmente di se stesso.
Questo è il mondo nel quale viviamo accettando tutto, la conclusione piu amare è che nonostante la politica, la giurisprudenza, l economia persino la scienza rappresentate come arti nobili e positive al servizio dell’uomo hanno in se un germe patogeno inespresso che conduce ad un aumento di entropia per cui l’occidente è in una crisi senza precedenti, lentamente erosiva, la quale non appare, ma che in molti sentono
Questa visione, per quanto dolorosa, non è priva di fondamento. Le discipline che dovrebbero guidarci verso il “progresso” sembrano intrappolate in una logica che genera più disordine che armonia avviata alla convivenza con il regresso.
Il concetto di entropia, preso in prestito dalla fisica, descrive una tendenza naturale verso il disordine e la dispersione dell'energia. Applicato al nostro contesto, suggerisce che i sistemi complessi che abbiamo creato, anziché ordinare e migliorare le nostre vite, le stanno rendendo più caotiche.
In politica, il dialogo si è trasformato in polarizzazione e conflitto, con decisioni che spesso sembrano servire più gli interessi di pochi che il bene comune.Nella giurisprudenza, la giustizia, concepita per risolvere le controversie, diventa spesso una fonte di ulteriori conflitti, ritardi e frustrazioni.Nell'economia, la ricerca di una crescita infinita in un mondo finito porta a disuguaglianze e sfruttamento, creando un sistema che si auto-consuma.Nella scienza, il progresso tecnologico, pur portando a grandi scoperte, può anche generare nuovi problemi etici e sociali, di cui a volte non siamo in grado di affrontare.
La sensazione di crisi di cui parlo è così sottile perché non si manifesta con un singolo evento catastrofico, ma con una corrosione lenta e costante. È una crisi di fiducia generale, una perdita di senso di appartenenza e una crescente insoddisfazione, nonostante il nostro benessere materiale. Non è un crollo visibile, ma un profondo malessere che molti avvertono a livello personale e sociale.
Questo stato di cose ci invita a una profonda riflessione su ciò che consideriamo progresso e su come le nostre arti più nobili, se non guidate dalla saggezza e dalla consapevolezza dei loro limiti, possano finire per minare le fondamenta stesse della nostra civiltà.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
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