GENERALI INCOMPETENTI. NON HA VALORE LA VITA DI UN UOMO INNOCENTE ?
Nov 4, 2026
Abbiamo sentito le dichiarazioni del Generale Garofano e poi ultimamente quelle del Generale Giampietro Logo ex dei RIS , sui referti negativi non presentati ,oggetto della polemica, sono indignato poichè i media sfruttano la buona fede delle persone, devo dire la mia, è il minimo poichè parliamo di ergastolo.
Rispetto alla famosa traccia 33 e alle dichiarazioni del generale Generale Giampietro Logo a Quarto Grado sulle refertazioni negative addotte alle stesse analisi ma con parametri diversi, abitudine metodologica molto Comune nei laboratori di analisi forense come i RIS di Parma. Tralasciamo sulla definizione o concetto di "stesse analisi" su tracce biologiche che variano con il tempo.
Taglio corto su ogni tecnicismo e vado dritto al cuore della giustizia penale: quando in gioco c'è l'ergastolo (o la libertà a tempo indeterminato di un uomo), la tolleranza per le zone d'ombra metodologiche dovrebbe essere pari a zero.
Se accantoniamo la variabilità biologica del reperto nel tempo e ci concentriamo unicamente sulla procedura analitica e sulla condotta del laboratorio, il quadro delineato dalle dichiarazioni dei generali Garofano e Lago fa emergere un cortocircuito spaventoso tra il lavoro investigativo e il diritto di difesa.
Lasciando da parte la biologia e guardando solo al metodo, analizziamo cosa significa questa "abitudine" quando si cerca di costruire una prova da ergastolo:
Se prendiamo lo stesso identico test di laboratorio e otteniamo un esito negativo con i parametri standard, ma un esito positivo abbassando i filtri, stringendo le soglie o modificando i parametri interpretativi di un software, non stiamo più applicando un metodo scientifico universale, stiamo guidando lo strumento verso un risultato desiderato.Nella ricerca scientifica pura, se cambi i parametri per far quadrare il risultato, l'esperimento è invalidato. A molti addetti ai lavori sfugge questa verità epistemologica. Siamo indignati quanto in una pubblica trasmissione come Quarto Grado si celebrano profili di lealtà delle forze dell’ordine o Carabinieri dei RIS di Parma mettendo sullo stasso piano la vita di un uomo innocente; non siamo maturi per parlare di scienza in pubblico se non non per interessi occulti , l’esperieza mediatica del Covid non ci ha insegnato nulla.
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https://youtube.com/shorts/MHkmwjzMl1Y?si=bM6vWxkYVfP0DCda
Nel processo penale, se il consulente (o il RIS) decide quali parametri "tarare" per far emergere un segnale nascosto, quel dato non è un fatto oggettivo della realtà, ma il frutto di una scelta umana. E una scelta umana, per quanto competente sia l'operatore, è fallibile e opinabile.
Ammettere candidamente che i referti o i tentativi a esito negativo non vengono formalizzati o inseriti nella documentazione principale perché "non utili" o "sub-ottimali" è il punto più critico e inaccettabile per il giudizio.
In un processo indiziario o basato su prove fragili, il dato negativo ha lo stesso (se non maggiore) valore del dato positivo. Sapere che quel reperto, analizzato in un certo momento, non ha dato risultati riconducibili all'indagato è un elemento a discarico fondamentale.
Se il laboratorio decide di "cestinare" o di non depositare la storia dei tentativi falliti, impedisce alla difesa di esercitare il proprio diritto costituzionale di controllo. La difesa si trova di fronte solo al "coniglio tirato fuori dal cilindro" (il test positivo finale), senza poter sapere quanti tentativi a vuoto, quante anomalie e quanti parametri forzati siano serviti per arrivarci.
Come ho giustamente sottolineato, parliamo di una condanna all'ergastolo. In un sistema accusatorio ideale, l'accusa e la difesa dovrebbero giocare ad armi pari di fronte a un giudice terzo.
Ma quando a produrre la prova è un organo istituzionale di eccellenza come i RIS, e la prassi interna ammette che i passaggi interlocutori o i fallimenti non vengono esibiti, si crea una disparità incolmabile:
Il giudice tende a recepire il timbro del RIS come verità dogmatica, non immaginando nemmeno la "cucina interna" fatta di parametri modificati e tentativi scartati.
La difesa viene ridotta a recitare il ruolo del Don Chisciotte che cerca di smontare un blocco di granito, pur non avendo accesso ai dati grezzi e ai referti negativi occultati o non protocollati.
Se poi bisogna rivolgersi al pubblico la questione diventa delicatea
Se un uomo rischia il fine pena mai, basare una colpevolezza su un'analisi i cui parametri sono stati aggiustati in corso d'opera, avvalorata da una prassi in cui i risultati negativi precedenti vengono silenziati, è l'esatto contrario del ragionevole dubbio. È la costruzione giudiziaria di una certezza artificiale.
Accettare che la scienza forense funzioni "così" perché è un'abitudine consolidata nei laboratori significa abdicare alla funzione primaria del processo: accertare la verità storica nel rispetto rigoroso delle garanzie dell'indagato.
È esattamente questo il cortocircuito più inquietante e drammatico: chi non ha un background tecnico specifico – cioè il cittadino comune, i giuristi non specialisti, e persino i giudici che devono decidere – si trova disarmato di fronte a un muro di tecnicismi impenetrabili.
Quando queste vicende escono dalle aule di tribunale e finiscono in televisione o sui giornali (diventando "materia pubblica"), la questione diventa scivolosa e delicata per tre ragioni fondamentali:
Un giudice o un cittadino che ascolta un generale dei RIS spiegare in TV che "si tratta di un'abitudine metodologica comune, un'ottimizzazione del reperto", è portato psicologicamente a cedere le armi.
Si pensa: "Loro sono i massimi esperti, dispongono di laboratori d'élite, sanno cosa fanno, io chi sono per dubitare?".
Questo crea una subalternità culturale e psicologica alla scienza istituzionale r non solo. Ci vogliono tutto consumatori perfetti,ma ignoranti, lo vedete in ogni ambito o ve lo devono anche spiegare ? La toga abdica al proprio ruolo di controllo critico perché la materia è troppo complessa, trasformando di fatto il perito in un "decisore occulto" anziché in un ausiliario del giudice.
Quando la giustizia diventa spettacolo o dibattito pubblico (come nei programmi di approfondimento), la complessità tecnica viene inevitabilmente ridotta a fazioni: innocentisti contro colpevolisti, l'accusa contro la difesa, il "genio della scienza" contro il "tecnico polemico".
In questo tritacarne mediatico:
Chi guarda da casa non ha gli strumenti per capire la differenza tra un algoritmo di soglia e un errore sistemico.
Si finisce per tifare anziché comprendere. Il pubblico recepisce la notizia come una specie di "partita a scacchi" tra super-esperti, perdendo di vista la domanda fondamentale: esistono prove granitiche, ripetibili e trasparenti tali da giustificare l'ergastolo?
Se un'abitudine metodologica non è trasparente, chi subisce il processo si trova davanti a un "muro di gomma".
Per smontare un referto basato su parametri modificati o su dati non tracciati, la difesa deve assumere a proprie spese consulenti tecnici di altissimo livello (statistici, genetisti, ingegneri informatici forensi) che abbiano il tempo e le competenze per pretendere i codici sorgente, i dati grezzi e le repliche degli esperimenti.
Ma questo ha un costo economico e processuale enorme che non tutti gli imputati possono permettersi. La giustizia giusta non dovrebbe dipendere dalla potenza economica della difesa nel mettersi a fare le pulci a un laboratorio dello Stato.
La risposta alla domanda: "Chi di noi ha gli strumenti?" La risposta amara è: praticamente nessuno, tranne gli addetti ai lavori più ostinati e indipendenti.
E questo è il più grande fallimento democratico del sistema. Quando una procedura giudiziaria si regge su meccanismi che solo chi li applica all'interno di un laboratorio comprende (e giustifica come "prassi interna"), quel processo perde il requisito della pubblicità e della comprensibilità democratica.
Se per capire se un uomo deve passare il resto della sua vita in cella bisogna essere esperti di calibrazione di software dattiloscopici o di amplificazione di DNA degradato , e se per di più chi custodisce la prova ti dice "ci sono passaggi che non abbiamo registrato o refertato perché non utili" , allora non siamo più nel campo del diritto penale di uno Stato di diritto. Siamo nel campo degli atti di fede.
La sostenibilità economica, l'efficienza e la reale utilità di un immane dispendio di risorse pubbliche riversate su tecnologie e strutture che, alla prova dei fatti, mostrano limiti strutturali enormi e margini di errore inaccettabili quando si tratta di decidere sulla vita delle persone.
Se guardiamo alla questione da questa prospettiva, il problema non è più solo giuridico ed etico, ma diventa politico, economico e sociale.
Inoltre c'è un abisso doloroso tra la vita reale , fatta di stipendi che non bastano a fine mese, famiglie che faticano a pagare le bollette e precarietà , e il teatrino di certe trasmissioni televisive dove compaiono personaggi con titoli altisonanti, cariche imponenti e certezze sbandierate con spavalderia.
Quando un cittadino che lavora sodo vede che le risorse pubbliche alimentano apparati autoreferenziali, salotti televisivi dove si fa spettacolo del dolore o della giustizia, e strutture che poi barcollano di fronte alle regole basilari del buon senso e del diritto, la sensazione di ingiustizia sociale diventa fortissima.
E la domanda che sorge spontanea è proprio questa: mentre la gente comune fa i conti con i problemi veri, chi controlla il valore reale di certe "eccellenze" costosissime?
Il cortocircuito economico e morale che descrivi tocca un nervo scoperto del Paese. Da un lato c'è la pressione di una crisi economica che logora le famiglie; dall'altro c'è una casta di apparato (tecnico, mediatico o istituzionale) che spesso sembra giustificare la propria esistenza con la complessità anziché con i risultati concreti, puliti e trasparenti.
È comprensibile che tutto ciò generi un profondo senso di rigetto e di rabbia verso un sistema percepito come distante, autoreferenziale e sordo ai bisogni reali della collettività.
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