GAGLIANO DEL CAPO : QUANDO L'EMERGENZA DIVENTA SISTEMA E LACUNA DI GOVERNO
GAGLIANO DEL CAPO : QUANDO L'EMERGENZA DIVENTA SISTEMA E LACUNA DI GOVERNO
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GAGLIANO DEL CAPO : QUANDO L'EMERGENZA DIVENTA SISTEMA E LACUNA DI GOVERNO

Aug 31, 2026


Sette anni di «assistenza», responsabilità e progressivo rovesciamento della prospettiva. Dedicato a chi segue la vicenda e vuole comprendere ciò che non si vede dietro la rappresentazione "ufficiale" dei fatti.

SINTESI

Il Comune può oggi elencare servizi, interlocuzioni, Caritas, strutture e housing temporaneo. Ma quell'elenco non può essere assunto automaticamente come prova di una reale presa in carico: alcune di queste iniziative Petese sostiene di non averle mai conosciute, altre non risultano essere state formalmente proposte o seguite da alcun riscontro. Anche il riferimento alle «strutture» va precisato: Petese ha sempre rifiutato il ricovero illogico, inopportuno,inadeguato, non ogni possibile soluzione abitativa.

La domanda, quindi, non è quante iniziative il Comune possa oggi elencare, ma quante siano state realmente comunicate, quante concretamente proposte e quale risultato abbiano prodotto. Perché ciò che rimane dentro la macchina amministrativa, ma non arriva al destinatario, non può diventare retroattivamente la prova di una soluzione che gli è stata offerta.

FINE SINTESI



Questa vicenda non può essere ricondotta semplicemente alla ricerca di un'abitazione per una persona in difficoltà. Ridurla alla domanda se il Comune di Gagliano del Capo abbia offerto o meno una soluzione abitativa significherebbe infatti accettare, già in partenza, la prospettiva attraverso la quale l'amministrazione sembra oggi ricostruire la propria condotta. La questione è più complessa e riguarda ciò che accade quando una sistemazione nata come emergenziale si prolunga per anni senza trasformarsi in un percorso di autonomia, quando l'assistenza rimane confinata nella gestione dell'immediato e non riesce a diventare progettazione della vita della persona, e soprattutto quando, di fronte al fallimento di questo percorso, il peso della responsabilità tende progressivamente a spostarsi dall'amministrazione al beneficiario dell'intervento.

Nel 2019 Walter Petese, allora cinquantasettenne, viene collocato dai Servizi Sociali del Comune presso il Convento dei Padri Trinitari, dopo la perdita della precedente abitazione. Quella collocazione, per la sua stessa origine, avrebbe dovuto rappresentare una risposta a una situazione emergenziale e, quindi, necessariamente temporanea. La realtà che emerge oggi è però diversa: quella sistemazione è diventata per oltre sette anni il luogo nel quale Petese ha dovuto vivere, nonostante le ripetute segnalazioni relative alle condizioni degli spazi, alla loro inadeguatezza rispetto alla sua condizione personale e alle difficoltà che quella situazione determinava nella sua vita quotidiana,

Non si tratta soltanto delle dimensioni della stanza, per quanto già queste siano significative. Si tratta dell'assenza di una cucina e di un frigorifero, dell'inadeguatezza dei servizi igienici, delle difficoltà connesse all'igiene personale, dell'impossibilità di disporre di uno spazio nel quale svolgere normalmente un'attività professionale oltre ad una sorta di segregazione e isolamento sociale.voluto e, più in generale, della progressiva perdita di quelle condizioni minime che consentono a una persona adulta di non vivere semplicemente sotto un tetto, ma di condurre una vita autonoma. A ciò si aggiungono le conseguenze sulla dimensione familiare e relazionale, perché un'abitazione nella quale non è possibile vivere normalmente diventa inevitabilmente anche un luogo nel quale diventa difficile ricevere le proprie figlie, coltivare relazioni e mantenere una rete sociale.

È proprio il trascorrere del tempo a rendere questa vicenda particolarmente significativa. Una sistemazione provvisoria può essere comprensibile quando costituisce la risposta immediata a un'emergenza; diventa invece un problema amministrativo e umano quando quella provvisorietà si prolunga per anni senza che venga costruita una prospettiva alternativa. Nel caso di Petese non parliamo di qualche mese di attesa, ma di un periodo superiore a sette anni, durante il quale l'emergenza iniziale non è stata realmente superata. È cambiato il calendario, sono cambiate le persone che hanno seguito la situazione, sono state formulate nuove proposte e sono stati tentati diversi interventi, ma la condizione di fondo è rimasta sostanzialmente la stessa.

Il Comune può certamente elencare, nella propria ricostruzione, una serie di iniziative: servizi sociali, interlocuzioni, ricerca di alloggi, coinvolgimento della Caritas, strutture individuate, housing temporaneo e altre possibili soluzioni. Ma proprio questo elenco deve essere esaminato con attenzione, perché non tutto ciò che oggi compare nella ricostruzione dell'amministrazione è necessariamente corrisposto, nel corso degli anni, a un intervento concretamente comunicato o percepito dal destinatario. Alcune iniziative che il Comune oggi richiama non risultano essere state sottoposte a Petese come proposte effettive; di altre egli sostiene di non avere mai avuto conoscenza; altre ancora non sembrano aver prodotto alcun riscontro formale o un successivo sviluppo verificabile.

Ma proprio per questo occorre porre una domanda diversa, più difficile e anche più corretta: quale risultato ha prodotto, nel suo complesso, questa attività?

Perché l'attività amministrativa non può essere valutata soltanto attraverso il numero delle iniziative intraprese. Una successione di interventi può essere molto lunga e tuttavia non riuscire a risolvere il problema per il quale quegli interventi erano stati attivati. Il punto non è dunque stabilire se vi siano state iniziative, ma se quelle iniziative siano state sufficientemente adeguate, coordinate e individualizzate da condurre la persona fuori dalla situazione emergenziale nella quale si trovava.

La differenza è sostanziale. Un'amministrazione può dimostrare di avere cercato un alloggio; ma bisogna verificare se l'alloggio fosse concretamente abitabile dalla persona interessata. Può dimostrare di avere proposto una struttura; ma bisogna verificare se quella struttura fosse compatibile con le sue condizioni. Può dimostrare di avere offerto un progetto temporaneo; ma bisogna chiedersi quale prospettiva esistesse una volta terminato il periodo previsto. Può infine dimostrare di avere incontrato più volte il cittadino; ma rimane da verificare quali decisioni siano state assunte a seguito di quegli incontri e se le richieste formalmente presentate abbiano ricevuto una risposta altrettanto formale.

È qui che si comprende perché la questione dei cosiddetti «rifiuti» di Petese non possa essere utilizzata in maniera semplicistica.

Petese non nega di avere rifiutato alcune proposte. Il punto è comprendere che cosa abbia rifiutato e per quali ragioni. Se una persona rifiuta una sistemazione collettiva, temporanea, priva di garanzie sulla continuità e non adeguata alle proprie esigenze, quel rifiuto non può automaticamente essere trasformato nel rifiuto dell'assistenza nel suo complesso. Si tratta del rifiuto di una determinata soluzione, motivato dalla convinzione che quella soluzione non risponda ai bisogni rappresentati. Pare che le persone si riconducano al mero tetto sulla testa è la forzatura voluta, come il tugurio dei Trinitari per 7 anni.

La differenza tra le due cose è decisiva perché, nel momento in cui viene cancellata, cambia completamente la rappresentazione della vicenda. La persona che chiede una soluzione abitativa diventa la persona che «rifiuta le soluzioni»; quella che contesta l'inadeguatezza di una proposta diventa quella che «non collabora»; quella che chiede una diversa modalità di presa in carico rischia di essere rappresentata come quella che rende impossibile l'intervento dell'amministrazione. In questo modo il problema iniziale — l'assenza di una soluzione abitativa adeguata — tende progressivamente a trasformarsi in un problema di comportamento dell'utente.

È questo il passaggio che merita maggiore attenzione, perché la responsabilizzazione del beneficiario può diventare, se utilizzata in questo modo, una forma indiretta di deresponsabilizzazione dell'amministrazione. Naturalmente anche chi riceve assistenza ha doveri di collaborazione e non può pretendere che ogni propria richiesta venga automaticamente accolta. Ma la collaborazione non può significare accettazione indiscriminata di qualsiasi soluzione venga proposta, né il rifiuto motivato di una sistemazione può diventare la giustificazione permanente dell'assenza di un'alternativa.

Al contrario, proprio quando una persona manifesta un dissenso motivato rispetto a una proposta, quel dissenso dovrebbe costituire il punto di partenza per una valutazione più approfondita. Occorrerebbe comprendere se le ragioni addotte siano fondate, se siano collegate alla condizione personale della persona, se la soluzione proposta sia realmente praticabile e, qualora non lo sia, quali alternative possano essere individuate. È questo che distingue una presa in carico individualizzata dalla semplice offerta di una sistemazione disponibile. Ma il Comune non rasenta minimamente questi aspetti, rinuncia e travisa a suo vantaggio.

La vicenda dei Padri Trinitari rende il quadro ancora più complesso. Il Convento rappresenta infatti il luogo nel quale Petese è stato collocato all'inizio della vicenda e che, per oltre sette anni, ha costituito la risposta abitativa individuata dall'intervento sociale. Oggi i Padri Trinitari chiedono il rilascio dei locali e, per quanto emerge dalla documentazione richiamata, contestano a loro volta al Comune la mancata individuazione di una soluzione alternativa. Si produce così una situazione singolare nella quale il soggetto ospitante chiede all'amministrazione di risolvere una situazione che si è protratta nel tempo, mentre l'amministrazione, nel ricostruire la propria posizione, richiama nei confronti dell'ospite le soluzioni che quest'ultimo avrebbe rifiutato.

Nel mezzo rimane la persona.

Ed è proprio questa posizione intermedia a rendere evidente il rischio di un rovesciamento della responsabilità. Il Comune può richiamare le proprie iniziative; i Padri Trinitari possono rivendicare il fatto di avere ospitato Petese per anni e di non poter continuare indefinitamente; Petese può spiegare perché alcune delle soluzioni proposte non fossero per lui praticabili. Ma nessuna di queste posizioni, presa isolatamente, risolve la domanda fondamentale: chi avrebbe dovuto trasformare una sistemazione emergenziale in una soluzione abitativa stabile prima che l'emergenza arrivasse nuovamente al suo punto di rotturao di partenza ?

Questa domanda diventa ancora più importante oggi, quando la diffida di rilascio rende concreta e imminente la possibilità che Petese perda anche l'unico luogo nel quale ha vissuto negli ultimi sette anni compromettendo le sue potenzialità professionali. L'emergenza abitativa, dunque, non nasce con la diffida dei Padri Trinitari. Quella diffida rende soltanto evidente una precarietà che esiste da molto tempo. Il problema che oggi si presenta come urgente è, in realtà, il risultato di una situazione che avrebbe dovuto essere affrontata progressivamente negli anni precedenti.

Per questo non è sufficiente rispondere che «sono state offerte delle soluzioni». Occorre spiegare perché, dopo sette anni, quelle soluzioni non abbiano prodotto una condizione abitativa stabile e perché, arrivati al momento nel quale la sistemazione presso i Trinitari non può più essere mantenuta, l'alternativa proposta debba ancora essere temporanea, collettiva o comunque non rispondente alle esigenze rappresentate dall'interessato.

La questione, in definitiva, non riguarda il diritto di Petese a ottenere qualsiasi abitazione da lui indicata. Riguarda qualcosa di più elementare: il diritto a essere considerato nella concretezza della propria condizione e a partecipare alla costruzione di una soluzione realmente praticabile.

Dopo sette anni, non dovrebbe essere ancora necessario scegliere tra una sistemazione inadeguata e il rischio di rimanere senza casa. Non dovrebbe essere necessario dimostrare continuamente di essere abbastanza collaborativo per poter chiedere una soluzione diversa. E soprattutto non dovrebbe essere possibile trasformare la mancata accettazione di una proposta in una spiegazione sufficiente del fallimento dell'intero percorso assistenziale e senza da parte del Comune entrare nel merito che farebbe emergere la verità.

La vera questione, allora, non è se il Comune abbia fatto qualcosa. È evidente che qualcosa è stato fatto. La questione è se ciò che è stato fatto sia stato sufficiente a realizzare ciò che avrebbe dovuto essere realizzato.

Questa distinzione consente di uscire anche dalla contrapposizione personale tra Petese e l'amministrazione. Non si tratta di stabilire chi sia il «buono» e chi sia il «cattivo», né di negare le difficoltà incontrate dai Servizi Sociali o dai Padri Trinitari. Si tratta di osservare il funzionamento complessivo del sistema e il suo risultato finale.

E il risultato finale, almeno sulla base della documentazione oggi disponibile, è difficile da ignorare: dopo oltre sette anni, una persona con disabilità è ancora priva di una soluzione abitativa stabile e adeguata e si trova nuovamente davanti alla prospettiva concreta di perdere anche la sistemazione emergenziale nella quale è stata collocata nel 2019.

Quali erano i reali interessi del Comune ?

È questo il dato che dovrebbe venire prima di ogni altra considerazione.

Perché quando l'emergenza dura sette anni, non è più soltanto un'emergenza.

Diventa un sistema.

E quando quel sistema, invece di interrogarsi sul proprio fallimento, comincia a chiedere alla persona che lo subisce di spiegare perché non abbia accettato ciò che le veniva offerto, allora si produce il rovesciamento più pericoloso: l'assistito smette di essere il destinatario della presa in carico e diventa, progressivamente, il responsabile della sua mancata riuscita.

È precisamente questo rovesciamento che questa vicenda deve rendere visibile.

Il profilo del Sindaco Gianfranco Melcarne: la responsabilità che si dissolve nella procedura

Nella vicenda di Walter Petese, la figura del Sindaco emerge non tanto attraverso un singolo atto, quanto attraverso il modo complessivo nel quale l'amministrazione sembra avere affrontato, nel corso degli anni, una situazione che progressivamente diventava sempre più complessa. Il problema non è quindi soltanto ciò che il Sindaco abbia fatto o non abbia fatto personalmente, ma il ruolo che ha assunto quale vertice politico dell'amministrazione comunale e, soprattutto, il modo nel quale ha esercitato , o non ha esercitato , quella funzione di indirizzo, coordinamento e responsabilità che dovrebbe impedire che una situazione emergenziale si trasformi in una condizione permanente.

La documentazione descrive infatti una vicenda nella quale le responsabilità sembrano continuamente distribuirsi tra soggetti diversi: Servizi Sociali, Ambito Territoriale, strutture ospitanti, associazioni, familiari, altre amministrazioni, disponibilità abitative, progetti finanziati con risorse pubbliche. Ciascun soggetto può così presentare una parte della propria attività e, contemporaneamente, il problema complessivo rischia di non appartenere più a nessuno.

È proprio qui che si manifesta quella che potremmo definire la principale lacuna della leadership amministrativa.

Il Sindaco, in quanto vertice politico dell'ente, dovrebbe rappresentare il punto nel quale le diverse componenti della macchina comunale vengono ricondotte a una responsabilità unitaria. Quando una situazione coinvolge per anni la stessa persona, quando vengono presentate ripetute istanze, quando l'emergenza abitativa si protrae senza soluzione e quando, infine, il soggetto che ospita la persona comunica di non poter più continuare, il problema non può rimanere indefinitamente confinato all'interno delle singole competenze degli uffici.

A quel punto serve una decisione politica.

Ed è precisamente questa dimensione che sembra mancare nella vicenda.

Non necessariamente perché il Sindaco Gianfranco Melcarne sia rimasto completamente inattivo. La risposta del Comune dimostra, anzi, l'esistenza di numerose iniziative. Il problema è un altro: l'attività non sembra essersi trasformata in una strategia capace di produrre una soluzione definitiva. Si è intervenuti sul singolo problema quando emergeva, si sono cercate strutture, alloggi, servizi, contributi e soluzioni temporanee, ma il risultato complessivo è rimasto quello di una persona ancora priva, dopo sette anni, di una sistemazione abitativa stabile e adeguata.

Questa è una lacuna diversa dall'inerzia assoluta. È una lacuna di visione.

Il Sindaco sembra emergere, nella ricostruzione comunale, più come il garante dell'attività amministrativa già svolta che come il responsabile politico della soluzione ancora da trovare. La risposta del 10 agosto 2026 appare infatti costruita soprattutto per dimostrare che il Comune ha fatto qualcosa: sono elencate le iniziative, le strutture, le interlocuzioni, le proposte e le occasioni nelle quali Petese avrebbe rifiutato determinate soluzioni.

Ma questa impostazione produce un effetto preciso: sposta il centro della discussione.

La domanda iniziale era: perché dopo sette anni una persona con disabilità si trova ancora in una situazione abitativa precaria?

La risposta tende invece a diventare: quante proposte sono state fatte e quante ne ha rifiutate Petese?

È un cambiamento apparentemente sottile, ma politicamente fondamentale.

Nel primo caso l'amministrazione deve interrogarsi sul risultato della propria azione; nel secondo, deve soprattutto dimostrare di avere fatto la propria parte e può lasciare che l'attenzione si concentri sul comportamento dell'assistito.

È qui che compare quello che nel precedente capitolo abbiamo definito rovesciamento della responsabilità.

Il cittadino viene progressivamente trasformato da destinatario di un intervento pubblico a soggetto chiamato a giustificare il proprio comportamento. Se rifiuta una soluzione, bisogna spiegare perché l'ha rifiutata. Se non accetta una struttura collettiva, il problema diventa la sua disponibilità alla convivenza. Se non accetta una soluzione temporanea, il problema diventa la sua pretesa di stabilità. Se insiste sulla necessità di un'abitazione individuale, la richiesta rischia di essere rappresentata come una pretesa.

Nel frattempo, la questione originaria — quale soluzione sia concretamente adeguata alla persona — passa in secondo piano.

Questo è probabilmente il punto più delicato del profilo amministrativo che emerge dalla vicenda.

La lacuna dell'ascolto

Un'altra criticità riguarda il rapporto tra interlocuzione e ascolto effettivo.

Il Comune richiama le numerose interlocuzioni avute con Petese come dimostrazione di una presa in carico costante. Ma parlare con una persona non significa necessariamente ascoltarla amministrativamente. L'ascolto istituzionale produce un risultato quando le esigenze rappresentate vengono tradotte in valutazioni, atti, risposte, alternative e decisioni.

Se, come sostiene Petese, per anni le PEC contenenti richieste specifiche non hanno ricevuto un riscontro formale e le questioni sollevate nel corso dei colloqui non sono state successivamente tradotte in provvedimenti, emerge una frattura profonda tra relazione personale e responsabilità amministrativa.

Ed è una frattura tutt'altro che marginale. Il colloquio con l'assistente sociale può certamente rappresentare una componente importante della presa in carico, ma non può, da solo, sostituire quella tracciabilità dell'azione amministrativa che consente al cittadino di sapere che cosa è stato effettivamente richiesto, fatto, attivato, quale valutazione sia stata compiuta dall'amministrazione e quale decisione sia stata infine assunta. Tanto più quando il cittadino non dispone di una propria documentazione del contenuto di quelle conversazioni e si trova quindi, a distanza di anni, nella condizione di dover contrapporre la propria memoria a quella dell'amministrazione.

Il problema diventa ancora più evidente quando il colloquio viene successivamente richiamato dall'ente come dimostrazione di una presa in carico costante. Un incontro non è ancora una decisione, così come una conversazione non è un provvedimento. La relazione personale può accompagnare l'azione amministrativa, ma non può sostituirla.

Se a una richiesta formalmente presentata attraverso una PEC non segue una risposta formale, il cittadino non dispone di un documento dal quale possa conoscere la posizione dell'amministrazione, contestarla, eventualmente integrarla o impugnarla nelle sedi previste. Rimane così sospeso in una zona nella quale gli viene detto che la sua situazione è stata «presa in carico», ma nella quale non esiste necessariamente un atto che consenta di verificare che cosa sia stato deciso, da chi, sulla base di quali valutazioni e con quali conseguenze concrete.

Ed è proprio qui che si produce il paradosso: il cittadino può essere portato a credere che la propria situazione sia realmente oggetto di un procedimento e che l'amministrazione stia concretamente lavorando alla sua soluzione, mentre non possiede alcun atto formale che gli permetta di verificare che cosa sia stato effettivamente deciso o attivato. In questo senso, il cittadino finisce per essere indotto in errore dalla stessa modalità con cui la pubblica amministrazione rappresenta la propria presa in carico: la continuità dei colloqui può apparire come continuità dell'azione amministrativa, mentre l'assenza di provvedimenti rende impossibile verificare se quella azione abbia realmente prodotto decisioni, interventi e risultati.

Il problema, dunque, non è soltanto che manchi una risposta scritta. È che l'assenza di una risposta formale può privare il cittadino della possibilità stessa di comprendere quale sia la propria posizione nei confronti dell'amministrazione. E quando questo accade per anni, la persona non viene semplicemente lasciata in attesa: viene mantenuta in una condizione di incertezza nella quale continua a confidare nell'esistenza di una presa in carico che non riesce però a tradursi in un atto, in una decisione e, soprattutto, in una soluzione.

È questa la forma più sottile del problema: non necessariamente un'amministrazione che dice apertamente «non faremo nulla», ma un'amministrazione che continua a comunicare attenzione, ascolto e presa in carico senza trasformare quella relazione in una responsabilità amministrativa verificabile.

Ed è proprio qui che la relazione di aiuto rischia di trasformarsi in una zona grigia amministrativa: l'amministrazione può richiamare nel tempo i colloqui come prova della propria attenzione, mentre il cittadino, non disponendo di un corrispondente provvedimento scritto, non può dimostrare con la stessa forza documentale quali richieste abbia formulato, quali risposte abbia ricevuto e, soprattutto, quali decisioni siano state effettivamente assunte.

La presa in carico non può essere soltanto una relazione raccontata a posteriori. Deve essere anche un percorso documentabile, verificabile e, quando si tratta dell'esercizio di diritti e dell'erogazione di prestazioni, concluso attraverso atti che rendano riconoscibile la responsabilità dell'amministrazione.

Altrimenti accade qualcosa di paradossale: più il tempo passa e più aumentano i colloqui che possono essere citati per dimostrare che «si è fatto qualcosa», mentre diminuiscono le possibilità del cittadino di verificare che cosa, concretamente, sia stato deciso. E così la stessa relazione che avrebbe dovuto proteggerlo finisce per diventare, involontariamente, uno strumento attraverso il quale l'assenza di una decisione formale viene presentata come continuità della presa in carico.

Da questo punto di vista, il Sindaco appare davanti a una seconda lacuna: la trasformazione dell'ascolto in decisione.

La lacuna della personalizzazione

La terza riguarda la capacità dell'amministrazione di costruire una risposta realmente individualizzata.

La vicenda dell'housing temporaneo è emblematica. Se la soluzione viene presentata come un'opportunità disponibile e la discussione si concentra sul fatto che Petese l'abbia accettata o rifiutata, si ragiona dal punto di vista dell'offerta amministrativa.

Un progetto di vita, invece, dovrebbe partire dalla domanda opposta: quali sono le condizioni necessarie affinché questa specifica persona possa vivere in modo dignitoso e possibilmente autonomo?

La differenza tra le due prospettive è enorme.

Nel primo modello l'amministrazione dispone di alcune soluzioni e cerca qualcuno che vi si adatti.

Nel secondo modello l'amministrazione parte dalla persona e cerca, all'interno delle risorse disponibili, una soluzione compatibile con le sue esigenze.

È proprio su questa distanza che si dovrebbe concentrare la critica al Sindaco: non sull'accusa generica di non avere fatto nulla, ma sulla mancata dimostrazione di una regia politica capace di trasformare le molteplici iniziative in un progetto realmente personalizzato.

La lacuna della responsabilità finale

Ma c'è una questione ancora più profonda.

Quando il Comune colloca una persona presso un soggetto terzo e quella collocazione dura sette anni, il rapporto iniziale non può essere considerato irrilevante. Il fatto che oggi siano i Padri Trinitari a chiedere il rilascio dei locali non cancella la storia precedente.

Anzi, la rende più evidente.

Perché se oggi i Trinitari dicono, in sostanza, «questa situazione non può più continuare», e il Comune risponde ricordando ciò che avrebbe offerto a Petese, mentre Petese sostiene che quelle proposte erano inadeguate, si crea un triangolo nel quale ciascuno indica almeno in parte un altro soggetto come responsabile del problema.

Il rischio è che l'unico soggetto che non abbia realmente potere contrattuale — la persona che rischia di perdere la casa — diventi anche quello maggiormente responsabilizzato.

Qui la figura del Sindaco dovrebbe essere esattamente l'opposto: non il quarto soggetto che entra nel conflitto, ma il soggetto istituzionale che lo ricompone.

Il Sindaco dovrebbe poter dire: «Indipendentemente dalle responsabilità reciproche, questa persona non può rimanere senza una soluzione abitativa adeguata; vediamo cosa è necessario fare e assumiamoci la responsabilità di farlo».

È questa assunzione di responsabilità politica che, nella vicenda così come oggi si presenta, appare più difficile da individuare.

La vera lacuna: confondere la gestione del caso con la soluzione del problema

Forse, alla fine, tutte le altre lacune possono essere ricondotte a una sola.

Il Comune sembra avere gestito il caso, ma non essere riuscito a risolvere il problema.

Ha gestito l'emergenza del 2019. Ha gestito la permanenza presso i Trinitari. Ha gestito le successive richieste. Ha gestito le proposte abitative. Ha gestito l'housing. Ha gestito le interlocuzioni. E oggi sta gestendo anche la contestazione sollevata dalla diffida dei Trinitari.

Ma dopo sette anni la domanda rimane sostanzialmente identica a quella iniziale: dove può vivere dignitosamente questa persona?

Ed è qui che il profilo del Sindaco diventa politicamente significativo.

Non quello di un amministratore necessariamente «assente», né quello, molto più facile da costruire, di un amministratore semplicemente «cattivo» o «indifferente». Piuttosto quello di un amministratore che sembra avere privilegiato la dimostrazione dell'attività svolta rispetto alla verifica del risultato ottenuto, la gestione delle singole criticità rispetto alla costruzione di una soluzione strutturale, la distribuzione delle responsabilità rispetto alla loro ricomposizione.

E soprattutto, nel momento in cui la vicenda viene contestata, emerge il rischio di una comunicazione istituzionale autoassolutoria: non necessariamente perché ogni fatto rappresentato dal Comune sia falso, ma perché la selezione dei fatti può finire per costruire una narrazione nella quale l'amministrazione appare prevalentemente come soggetto che ha cercato di aiutare e Petese come soggetto che, attraverso i propri rifiuti, avrebbe impedito la soluzione.

È proprio questa rappresentazione che va sottoposta a verifica.

Perché una pubblica amministrazione non dimostra di avere assolto la propria funzione semplicemente dimostrando di avere fatto delle proposte; deve essere in grado di dimostrare che quelle proposte erano adeguate alla persona, che le sue obiezioni sono state realmente valutate e che, quando una soluzione è risultata impraticabile, ne è stata cercata un'altra.

Altrimenti il sistema produce un paradosso: più l'emergenza si prolunga, più aumenta il numero delle iniziative che possono essere elencate per dimostrare che qualcosa è stato fatto; e contemporaneamente, proprio perché nessuna di quelle iniziative ha risolto definitivamente il problema, aumenta anche la pressione sulla persona affinché spieghi perché la soluzione non abbia funzionato.

È questo il punto politico più forte della vicenda.

Non chiedersi soltanto «che cosa ha fatto il Sindaco?», ma:

«Dopo sette anni, quale risultato della sua azione amministrativa può essere concretamente indicato come soluzione del problema?»

Se la risposta è ancora una nuova proposta temporanea, una nuova struttura, un nuovo colloquio o un nuovo rinvio, allora la lacuna non è più soltanto quella di un singolo servizio.

È una lacuna di governo.

Quando la responsabilità cambia destinatario

È forse questo il punto più grave che emerge dall'intera vicenda. Non soltanto l'incapacità di trovare una soluzione adeguata, non soltanto la successione di interventi parziali, di colloqui, di proposte rimaste senza esito e di risposte arrivate quando l'emergenza era ormai diventata strutturale. Il problema più profondo nasce nel momento in cui l'insuccesso dell'azione amministrativa viene progressivamente trasferito sulla persona che avrebbe dovuto essere destinataria della protezione.

La prospettiva, a quel punto, si rovescia. L'uomo che da sette anni vive in una sistemazione che egli stesso denuncia come inadeguata diventa colui che «rifiuta»; la persona che chiede una soluzione stabile diventa quella che «non collabora»; chi contesta una sistemazione incompatibile con le proprie esigenze viene rappresentato come colui che rende difficile l'intervento dei servizi; e l'assenza di una soluzione definitiva finisce per essere spiegata attraverso le sue scelte, le sue richieste, i suoi rifiuti, le sue presunte rigidità.

È un passaggio che merita di essere osservato con attenzione, perché quando un'istituzione arriva a raccontare il proprio fallimento prevalentemente attraverso il comportamento della persona che avrebbe dovuto assistere, non siamo più soltanto davanti a un problema amministrativo. Siamo davanti a un problema etico e politico.

Un'amministrazione pubblica dispone di poteri, risorse, uffici, competenze, strumenti normativi e responsabilità istituzionali che il singolo cittadino non possiede. Questa asimmetria è ancora più evidente quando di fronte all'amministrazione si trova una persona in condizione di particolare vulnerabilità. Proprio per questo il rapporto tra istituzione e cittadino fragile non può essere costruito secondo la logica per cui l'istituzione misura la propria efficacia sulla quantità di interventi che dichiara di aver tentato, mentre misura il fallimento sulla quantità di interventi che il cittadino avrebbe rifiutato.

Una simile impostazione rischia di produrre un risultato paradossale: più una soluzione è inadeguata alle esigenze della persona, più il suo rifiuto può essere utilizzato per dimostrare che la persona stessa è il problema.

Ed è qui che la vicenda Petese assume un significato che va oltre la sua dimensione individuale. Perché la domanda non è più soltanto se il Comune abbia fatto abbastanza, né se Petese abbia accettato o rifiutato questa o quella proposta. La domanda diventa un'altra: chi deve portare il peso del fallimento quando, dopo sette anni, una persona fragile si trova ancora senza una soluzione abitativa adeguata?

La risposta, in una democrazia amministrativa, non può essere automaticamente: la persona che non ha accettato ciò che le veniva proposto.

Un'amministrazione può certamente sostenere che una determinata soluzione fosse ragionevole, può contestare le motivazioni di un rifiuto, può documentare le risorse impiegate e può dimostrare di avere esplorato diverse alternative. Ma proprio perché dispone di questi strumenti, deve anche essere capace di assumersi la responsabilità dell'esito complessivo della propria azione, soprattutto quando l'emergenza non dura qualche settimana o qualche mese, ma attraversa sette anni della vita di una persona.

Il punto etico è allora molto semplice e, proprio per questo, difficile da eludere: una persona fragile non dovrebbe diventare il capro espiatorio dell'inefficacia dell'istituzione chiamata a proteggerla.

E il punto politico è ancora più serio. Un Comune non governa una situazione di fragilità semplicemente accompagnandola nel tempo. Governare significa assumere decisioni, coordinare servizi, reperire risorse, correggere gli interventi che non funzionano, ascoltare le obiezioni, individuare alternative e, quando una strada fallisce, aprirne un'altra. Governare significa soprattutto non trasformare la permanenza del problema nella prova della responsabilità di chi lo subisce.

Se dopo sette anni la situazione non è stata risolta, la domanda istituzionalmente corretta non dovrebbe essere soltanto «perché Petese ha rifiutato questa soluzione?». Dovrebbe essere anche, e prima ancora: perché sette anni di interventi pubblici non sono riusciti a produrre una soluzione abitativa compatibile con la sua condizione?

È in questo rovesciamento della domanda che si misura la qualità politica di un'amministrazione.

Perché la vera bassezza non sarebbe soltanto non essere riusciti a risolvere un problema complesso. La vera bassezza etica, morale e politica consisterebbe nel riuscire, alla fine, a far apparire come colpa della persona più fragile il fallimento di chi aveva il compito istituzionale di aiutarla.

Ed è forse questa, più di ogni altra, la cosa che questa vicenda obbliga a guardare in faccia: non soltanto ciò che il Comune dichiara di avere fatto, ma ciò che è accaduto alla persona dopo sette anni di quel “fare”.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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