GAGLIANO DEL CAPO, PADRI TRINITARI E SEI ANNI DI SILENZIO E INDIFFERENZA
Jul 26, 2026
GAGLIANO DEL CAPO, PADRI TRINITARI E SEI ANNI DI SILENZIO E INDIFFERENZA
Le esequie di Padre Angelo Buccarello, celebrate venerdì 17 luglio scorso nella chiesa di San Francesco, hanno riportato l'attenzione sul convento dei Padri Trinitari e su una vicenda umana che, secondo il protagonista della storia, non può essere archiviata con una semplice precisazione formale.
Uno sguardo alla foto aiuta a comprendere meglio lo scenario. Sulla sinstra dell’ingresso della chiesa di San Francesco che era aperta per le esequie di Padre Anhelo Buccarello si vede il portone quello del Convento dei padri trinitari. Proseguendo lungo il perimetro, la terza finestra illuminata corrisponde a una stanza di appena nove metri quadrati, priva di cucina e dotata di un bagno inagibile e senza finestre. In questi spazi invivibili l'uomo è stato costretto a sopravvivere per ben sei anni, nel silenzio e nell'indifferenza di una comunità religiosa che pure disponeva di ambienti ben più ampi.
La vicenda non nasce dal recente episodio del furto dei risparmi, ma da sei anni vissuti all'interno della struttura religiosa, sei anni durante i quali la sua presenza era conosciuta dal Comune di Gagliano del Capo, dai servizi sociali e dalla comunità religiosa che lo ospitava, da testimoni oculari inorriditi dagli esigui e inabitabili spazi quando entravano nella stanza per visionarla compreso gli Operatori addetti alle pulizie e consiglieri di opposizione del Comune di Castrignano del Capo e del Comune di Gagliano del Capo, nonchè i servizi sociali tranne l’assessore Tiziana Orlando che non è mai venuta pur avendola invitata a rendersi conto, persino Riccardo Monteduro candidato Sindaco alle ultime elezioni.
Tutto avrebbe avuto origine dall'ingiusto sgombero dalla casa coniugale e da quello che il protagonista definisce l'infedele patrocinio dell'avvocato Cosimo Casaluci e l'operato del faccendiere ingegner Vito Morciano.
Non si trattava, secondo le evidenze, di una persona entrata casualmente in un luogo religioso e poi rimasta ai margini. La sua permanenza era il risultato di un percorso seguito dai servizi sociali comunali e concordato con la struttura religiosa dei Trinitari. Per sei anni tutti erano a conoscenza della sua presenza e delle condizioni nelle quali viveva.
Secondo il protagonista, quelle condizioni sarebbero state inizialmente considerate temporanee dai Trinitari e a sua insaputa, nella convinzione di tutti che sarebbe stato semplice trovare una sistemazione alternativa mentre i servizi sociali forzatamente ingenui disseminavano false aspettative e promesse da marinaio. Una valutazione che, a suo giudizio, avrebbe dimostrato una mancata conoscenza delle difficoltà reali del territorio sul fronte abitativo, dove spesso le opportunità vengono proposte senza contratto regolare, elemento indispensabile per accedere al sostegno economico di 303 euro erogato dall'INPS previa disponibilità di un contratto regolare.
La stanza a lui assegnata era un ambiente di circa nove metri quadrati definito impropriamente di foresteria, privo di cucina e con un bagno sprovvisto di bide incompatibile con una normale vivibilità per i problemi di salute. Quello spazio è stato il luogo nel quale è stato costretto a vivere per sei anni, in una condizione di precarietà e di forte limitazione della propria dignità personale. E superfluo immaginare lo stato emotivo devastato di quei primi anni messo a dura prova, trovatosi per strada, una esperienza che non va sottovalutata.
Non si sarebbe quindi trattato di una situazione scoperta casualmente o conosciuta soltanto successivamente. Sei anni sono un periodo lungo, molto lungo, sufficiente affinché una condizione venga vista, conosciuta e valutata da chi aveva rapporti con la sua presenza all'interno del convento.
In quei pochi metri quadrati il protagonista racconta di avere vissuto anche la difficoltà più dolorosa: l'impossibilità di accogliere dignitosamente le proprie figlie, esigenza importantissima più volte rappresentata ai servizi sociali, che a suo dire non sarebbero riusciti a trovare soluzioni concrete favorendo la compressione del diritto alla bigenitorialità e condannando le figlie di fatto all’alienazione.
Il principio della bigenitorialità, da lui costantemente rivendicato, sarebbe stato fortemente compromesso dalla condizione abitativa, più volte segnalata attraverso comunicazioni PEC inviate al Comune di Gagliano del Capo.
Nel corso degli anni, ha assistito a continui tentativi di spostare sul suo conto il peso di una situazione che non aveva creato da solo, mentre le istituzioni religiose e laiche coinvolte avrebbero cercato di sottrarsi alle proprie responsabilità. Un atteggiamento che egli ha percepito come profondamente ingiusto, logorante, umiliante e rispedito energicamente al mittente.
Nel frattempo avrebbe cercato una soluzione abitativa diversa. Insieme ai servizi sociali sarebbero stati avviati tentativi per trovare una sistemazione alternativa, ma la ricerca si sarebbe scontrata con una realtà difficile: la difficoltà di ottenere un regolare contratto di locazione in un territorio dove prevalgono spesso situazioni non regolarizzate. Per non parlare dei proposti progetti iniziati da servizi sociali, ma falliti inesorabilmente, mentre il malcapitato veniva illuso.
Anche Padre Angelo Buccarello era a conoscenza di queste difficoltà, come dimostrerebbero alcune conversazioni conservate.
Ricorda inoltre i biglietti affissi sulla porta della sua stanza da Padre Angelo Buccarello a distanza di circa un mese dal suo ingresso in convento, nei quali inizialmente gli sarebbe stato chiesto di trovare nell’immediato una sistemazione alternativa e andare via.
Trovare un'altra abitazione, tuttavia, non sarebbe stato semplice e la ricerca si sarebbe protratta per mesi senza risultato.
Alla situazione abitativa si sarebbe aggiunto il problema dei pasti. Il protagonista racconta di avere vissuto anche questa difficoltà come una grave umiliazione, trovandosi costretto a consumare i pasti in condizioni non dignitose, seduto sul letto, sostenendo spese che aggravavano ulteriormente la sua situazione economica, in un ambiente privo di cucina, lavabo e delle dotazioni necessarie, come molti hanno assistito compreso i propri avvocati
Eppure, all'interno della struttura, la mensa gestita dalla cooperativa sociale Agape era in grado quotidianamente di preparare decine e decine di pasti.
Nonostante le richieste dei servizi sociali e l'interessamento dell'ex sindaco Anna Maria Rosafio, dirigente Psicologa del centro di riabilitazione dei Trinitari vicino al convento, non gli sarebbe stato consentito, senza una motivazione comprensibile, accedere a quel servizio.
Dopo sei anni, egli ritiene incomprensibile il tentativo di rappresentare la sua permanenza come una situazione priva di responsabilità. Una persona che vive per sei anni all'interno di una struttura conosciuta dai soggetti coinvolti, non può diventare improvvisamente un problema di nessuno. La questione non riguarda soltanto aspetti amministrativi, ma la dignità di una persona e il modo in cui una comunità civile e religiosa affronta la fragilità.
Il recente furto dei suoi risparmi avrebbe rappresentato l'ennesimo episodio doloroso, "la goccia che ha fatto traboccare il vaso" e che avrebbe portato al limite la sua capacità di sopportazione. Quel denaro era stato custodito per il futuro, per il riavvio della propria attività lavorativa, per le necessità della vita e per le figlie.
La dinamica del furto, secondo la sua ricostruzione, renderebbe improbabile l'azione di una sola persona. L'uomo è stato attirato all'esterno della struttura attraverso una telefonata ingannevole che annunciava l'arrivo di un postino con una raccomandata da firmare.
Al suo rientro avrebbe trovato scomparso il contenitore in pelle marrone nel quale custodiva il denaro.
Secondo il suo convincimento, sarebbero state coinvolte almeno tre persone, che conoscevano la collocazione della camera, le sue abitudini e quelle del convento. Non si sarebbe trattato, a suo avviso, di persone estranee che agivano casualmente, ma di soggetti che si sarebbero mossi con familiarità all'interno della struttura.
Se la vicenda non troverà una soluzione attraverso il dialogo e il riconoscimento delle responsabilità, il protagonista dichiara di essere pronto a tutelare i propri diritti nelle sedi opportune.
Non chiede privilegi. Chiede soltanto che una storia durata sei anni venga finalmente considerata per quello che, secondo le numerose evidenze, è stata: una vicenda umana che ha coinvolto più soggetti e che non può essere cancellata dal silenzio o dallo scarico reciproco delle responsabilità.
Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore
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