CRITICA A GIANBATTISTA VICO
Dec 29, 2025
SI SUGGERISCE PRIMA DI ASCOLTARE DUE INTERVENTI
GianfrancescoZanetti | La Scienza Nuova di Giambattista Vico
CRITICA A GIANBATTISTA VICO
Giambattista Vico (Napoli, 23 giugno 1668 – Napoli, 23 gennaio 1744) è stato un filosofo, storico e giurista italiano dell'età dei lumi.
In Giambattista Vico la figura dei “giganti” rappresenta uno dei punti più profondi e ambigui della riflessione sulla nascita dell’umano. Essi non sono semplicemente uomini rozzi o feroci, ma esseri originari, immersi nella natura, governati dai sensi e dotati di una potente immaginazione poetica. Il loro mondo non è spiegato attraverso concetti astratti, ma vissuto e narrato: il fulmine è Giove, il bosco è sacro, il confine non è una linea ma un evento simbolico. Vico riconosce con straordinaria lucidità che la prima forma del sapere umano non è razionale, ma poetica; non logica, ma incarnata.
Tuttavia, proprio in questo riconoscimento si apre un’ambiguità decisiva. Per Vico, i giganti rappresentano una fase dell’umanità: un’origine necessaria, ma destinata a essere superata. La storia umana procede dalla selva alla città, dal mito alla legge, dalla voce alla scrittura. La civiltà coincide con l’emergere dello Stato, del diritto scritto, della proprietà e di un ordine stabile. Ciò che resta fuori da questo processo rimane umano, ma non pienamente civile.
È qui che le culture aborigene – in particolare quelle australiane – diventano un termine di confronto illuminante. Gli aborigeni australiani, e in larga parte coloro che sopravvivono oggi nelle riserve, non avevano scrittura e non hanno mai sviluppato un sistema di codificazione testuale del sapere. Ma l’assenza di scrittura non coincideva affatto con l’assenza di parola, di legge o di memoria. Al contrario, la parola esisteva in una forma radicalmente diversa da quella moderna.
La parola aborigena non era un testo, ma una voce rituale; non un segno da archiviare, ma un atto da rinnovare. Essa non serviva a rappresentare il mondo, ma a mantenerlo in esistenza. Le songlines, i percorsi cantati che attraversavano il territorio, non descrivevano lo spazio: lo attivavano. Cantare un luogo significava conoscerlo, custodirlo, renderlo abitabile. Il territorio non era una cosa muta da possedere, ma qualcosa che rispondeva alla parola giusta. Quando il canto si interrompeva, il luogo perdeva senso.
In queste culture la parola non era opinabile né arbitraria. Non esisteva una parola puramente individuale o svincolata dalla responsabilità. La parola era ricevuta, custodita, trasmessa. Non si inventava una storia: la si portava. Parlare significava rispondere di ciò che si teneva vivo. La memoria non era affidata a un archivio, ma al corpo e alla comunità; la legge non era scritta, ma incarnata nei gesti e nei riti.
Alla luce di tutto questo, possiamo davvero definire queste società “non civilizzate”? Solo se identifichiamo la civiltà con la scrittura, la legge con il codice, la verità con il testo. Ma questa identificazione non è universale: è storicamente situata. È la visione della modernità europea, che ha confuso la scrittura con la verità, il potere con la civiltà, il dominio del territorio con il progresso.
Vico, pur intuendo la dignità profonda del mondo poetico e orale, non può spingersi fino a riconoscere queste forme di vita come civiltà alternative pienamente valide. Il motivo non è soltanto teorico, ma storico. Egli scrive nel momento in cui si afferma la società borghese: un ordine fondato sulla proprietà, sulla misurabilità del territorio, sul diritto scritto ,conseguente,giustificato e su una concezione lineare del tempo. Ammettere che una civiltà potesse esistere senza scrittura, senza Stato e senza progresso avrebbe significato mettere in crisi la legittimità di quell’ordine nascente di cui oggi si intravede l’erronea concezione e colpa.
Per questo Vico compie una mossa tanto sottile quanto decisiva: salva il mondo poetico collocandolo all’origine, ma lo sottrae al presente. I giganti vengono riconosciuti come fondamento dell’umano, ma resi storicamente inoffensivi. Non sono meno uomini, ma non possono più essere interlocutori. La parola viva diventa mito fondativo, non pratica attuale; memoria, non trasmissione.
Questa ambiguità verrà radicalizzata dalla modernità successiva. Le culture prive di scrittura verranno considerate arretrate, incomplete, bisognose di essere civilizzate. I canti verranno spezzati, i territori ridotti a proprietà, i rituali trasformati in folklore. La scrittura, da strumento, diventerà criterio di verità e di umanità.
Il paradosso è che proprio ciò che Vico temeva , la “barbarie della riflessione” , si realizza pienamente. Una civiltà capace di archiviare tutto ma di trasmettere sempre meno; di produrre testi senza mondo; di governare territori che non sa più ascoltare. Abbiamo scrittura senza canto, legge senza senso, parola senza peso.
In questa luce, i “giganti” non appaiono come un passato superato, ma come una possibilità rimossa. Non erano meno umani, ma diversamente umani. Gli aborigeni australiani sterminati dagli inglesi in nome della civiltà non erano primitivi, la loro cultura è millenaria e la borghesia inglese ha distrutto, ma portatori di una civiltà altra, fondata su una parola che non poteva essere fissata perché doveva restare viva. La modernitàdepradando i territori, spezzando i canti senza saperli sostituire, ha prodotto un vuoto simbolico che oggi fatichiamo a colmare.
Forse, allora, la questione non è tornare ai giganti sempre presenti negli archetipi, ma riconoscere che una civiltà che identifica la scrittura con la verità e il progresso con la cancellazione delle differenze finisce per perdere il proprio futuro. Perché una civiltà che rimuove le proprie alternative non avanza: sopravvive amministrando il presente. E le civiltà attuali sono piu barbare di altre definite primitive. Questa la critica a Vico a al processo lento di civilizzazione attraverso la parola.
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