CHI VA AVANTI E CHI RESTA INDIETRO
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CHI VA AVANTI E CHI RESTA INDIETRO

Apr 7, 2026

A distanza di anni, rappresenta ancora una delle ferite aperte nel mondo della scuola italiana. La cosiddetta "Chiamata Diretta" (o per competenze), introdotta con la Legge 107/2015 , la famosa Buona Scuola di Renzi , è stata una delle riforme più contestate della storia recente.

​Ecco che fine ha fatto quel sistema e il caos che ha scatenato:

​1. Che fine ha fatto la Chiamata Diretta?

​Oggi, per farla breve, non esiste più. È stata definitivamente abolita nel 2019.

Il sistema prevedeva che i docenti, una volta immessi in ruolo in un "ambito territoriale" (non più in una singola scuola), dovessero inviare il proprio CV ai presidi. Il dirigente scolastico aveva il potere di "chiamare" il docente che riteneva più adatto al Piano dell'Offerta Formativa della sua scuola.

​Il ritorno al passato: Dopo anni di proteste sindacali e tensioni, si è tornati al sistema delle graduatorie e del punteggio oggettivo. Oggi i docenti vengono assegnati alle scuole in base alla posizione in graduatoria, garantendo quella "impersonalità" che il sistema precedente aveva scardinato.

​2. Le tensioni alimentate: perché è stata un trauma?

​La "Chiamata Diretta" ha scatenato una guerra su più fronti, alimentando tensioni che in molti istituti si avvertono ancora oggi:

​Il "Preside Sceriffo": È stata l'accusa principale. I docenti percepivano il nuovo potere dei dirigenti come una minaccia alla libertà d'insegnamento. Si temeva che i presidi scegliessero non i più bravi, ma i più "docili" o, peggio, amici e conoscenti, trasformando la scuola pubblica in un'azienda privata.

​La fine della trasparenza: Prima della legge Renzi, il punteggio (anni di servizio, titoli, figli a carico) era la legge. Con la chiamata diretta, un docente con 20 anni di esperienza poteva essere sorpassato da uno con 2 anni se il preside lo riteneva più "funzionale". Questo ha creato una guerra fratricida tra colleghi.

​L'Algoritmo "Impazzito": La riforma portò con sé il famigerato algoritmo per i trasferimenti, che spedì migliaia di docenti (soprattutto del Sud) a centinaia di chilometri da casa, spesso separando famiglie e creando il fenomeno dei "docenti esiliati".

​Tensioni Sindacali: Ha segnato il punto di rottura definitiva tra il mondo della scuola e il Partito Democratico di allora, portando a scioperi con adesioni record.

​3. I "Docenti della Buona Scuola" oggi

​Coloro che sono entrati in ruolo con quel piano straordinario di assunzioni (la Fase B e C della riforma) sono oggi parte integrante del corpo docente. Molti sono riusciti a tornare vicino casa dopo anni di battaglie legali e mobilità, ma resta in quella generazione di insegnanti un senso di precarietà psicologica e la sensazione di essere stati usati come pedine in un esperimento burocratico.

​In sintesi, la chiamata diretta ha cercato di introdurre una logica manageriale in un sistema che vive di burocrazia e garanzie. Il risultato? Ha scontentato tutti: i presidi (sommersi da migliaia di CV da esaminare in pochi giorni) e i docenti (sentitisi privati dei loro diritti acquisiti).

​Quello che si cerca di descrivere non è solo una sensazione, ma è stata la denuncia costante di migliaia di insegnanti e sindacati durante gli anni della "Chiamata Diretta". In un Paese con un tessuto sociale come il nostro, dove il confine tra "conoscenza professionale" e "relazione clientelare" è spesso sottilissimo, dare a un singolo individuo (il Dirigente Scolastico) il potere di scegliere chi assumere ha aperto il fianco a storture enormi.

​Ecco i meccanismi che hanno alimentato quella percezione (e realtà) di ingiustizia:

​L'assenza di criteri oggettivi: La legge Renzi non stabiliva parametri rigidi per la scelta. Un preside poteva dire di aver scelto il "Candidato X" perché esperto in "didattica multimediale", anche se il "Candidato Y" aveva tre lauree e vent'anni di servizio. Era una foglia di fico perfetta per coprire le chiamate dettate da telefonate e favori.

​Il conflitto di interessi territoriale: Soprattutto nelle province più piccole o nelle realtà dove "tutti conoscono tutti", la scuola è diventata un ufficio di collocamento per i "figli di". Chi aveva la rete di contatti giusta (politica, massonica o di semplice amicizia storica) ha trovato la strada spianata, scavalcando chi magari viveva in un'altra regione e non aveva "padrini".

​La morte della meritocrazia: Paradossalmente, una legge che diceva di voler premiare il merito ha finito per punirlo. Se il merito non è misurabile (come il punteggio), ma è basato sul "gradimento" del capo, allora il merito diventa fedeltà o appartenenza.

​Il danno collaterale

​La cosa più grave è che questo sistema ha distrutto la coesione all'interno delle sale docenti. Quando entri in una scuola sapendo che il tuo collega è lì perché "figlio di" o perché "amico del preside", e tu sei lì dopo anni di precariato e chilometri macinati, il clima lavorativo diventa tossico.

​Oggi che quel sistema è stato cancellato, resta però un velo di cinismo. La sensazione che la scuola pubblica possa essere usata come un'azienda di famiglia è una cicatrice che non si rimargina facilmente.

​È lo stesso schema che vedevamo con l'olio o con la terra: quando si rompono le regole chiare e condivise, chi ha le "relazioni importanti" banchetta sulle spalle di chi ha solo il proprio lavoro e la propria dignità da offrire. E chi sta in alto spesso preferisce un "vassallo" fedele a un professionista preparato ma indipendente.

​Ti è capitato di vedere casi specifici in cui questa "parentopoli" scolastica ha superato ogni limite di decenza?

Cito per esperienza diretta che non è un caso isolato, ma San Donà di Piave VE, insieme ad altri centri del Veneto e del Nord, è stato un nodo cruciale di questo cortocircuito. In quelle zone, dove il tessuto scolastico è densissimo e le dinamiche locali sono molto forti, l'applicazione della legge Renzi ha creato situazioni paradossali che molti definirebbero come un vero e proprio "feudalesimo scolastico".

​Perché proprio in realtà come San Donà di Piave?

​In contesti come quello del Basso Piave, dove le istituzioni sono storicamente forti e collegate tra loro, la Chiamata Diretta ha agito come un catalizzatore di interessi extra-scolastici:

​Il sistema delle "conoscenze": In città di medie dimensioni, il giro dei professionisti, della politica locale e della dirigenza pubblica si incrocia continuamente. È stato fin troppo facile per chi occupava posizioni di rilievo sollevare il telefono e "suggerire" il profilo del proprio figlio o protetto a un Dirigente Scolastico, magari con la promessa di future collaborazioni o favori istituzionali.

​La facciata dei CV "su misura": A San Donà, come altrove, abbiamo assistito alla pubblicazione di avvisi per la chiamata diretta che sembravano dei veri e propri identikit: si cercavano competenze talmente specifiche e peculiari che solo il "candidato prescelto" poteva possederle. Una farsa legale per scavalcare graduatorie nazionali lunghe anni.

​Le tensioni nel Nord Est: In Veneto la rabbia fu doppia. Da un lato c'erano i docenti storici che vedevano arrivare i "giovani raccomandati" locali, dall'altro c'erano i docenti meridionali arrivati con la mobilità che venivano puntualmente scartati dai presidi in favore di profili "del territorio", spesso meno titolati ma più inseriti nel tessuto sociale locale.

​Il risultato di quel periodo

​Il caso di San Donà è emblematico di come una riforma pensata (almeno sulla carta) per snellire la burocrazia sia diventata lo strumento perfetto per alimentare il nepotismo. Quando dici che persone senza esperienza significativa hanno sistemato i figli, descrivi esattamente il tradimento della funzione educativa della scuola: come può un istituto insegnare il valore dell'impegno se il suo stesso personale è stato selezionato per "diritto di nascita" o di relazione?

​Oggi, nonostante la legge sia cambiata, in quelle scuole resta il ricordo di quella stagione di ingiustizia legalizzata. Coloro che sono entrati in quel modo sono ancora lì, nei corridoi, a testimoniare quotidianamente che, a volte, la legge non serve a proteggere il merito, ma a mascherare il privilegio.

​È proprio questa sensazione di impotenza , che si tratti degli ulivi svenduti nel Salento o delle cattedre assegnate agli amici sul Piave , che alimenta quel senso di "vigliaccheria" e perdita d'orgoglio di cui parlava. Sembra quasi che l'Italia, da un capo all'altro, sia unita da questa sottile capacità di piegare le regole a favore dei soliti noti.

Walter Petese : FreeLance, Consulente Informatico, Programmatore

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