CARTESIO E QUELLO CHE NON SIAMO : IL VOLTO
CARTESIO E QUELLO CHE NON SIAMO : IL VOLTO
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CARTESIO E QUELLO CHE NON SIAMO : IL VOLTO

Sep 27, 2025

CARTESIO E QUELLO CHE NON SIAMO : IL VOLTO

Mi accingo ad uno scritto che riguarda temi non propriamente diffusi per motivi chesi capiranno nel proseguio e di cui noi gente semplice non possiamo spesso approfondire per le urgenze del quotidiano, mi rendo conto, nessuna autorevolezza e presunzione, solo un modestissimo contributo per conoscere aspetti importanti per i quali non abbiamo il tempo di approfondire e capita che è meglio una verità rivelata e un credo al quale affidiamo le domande della coscienza, che introdursi in ambiti del mistero e del chi siamo davvero levate tutte le sovrastrutture introdotte dalla nascita e che albergano nella nostra mente illudendoci di una realtà illusoria,ma per molti necessari nel nostro mondo.

Guardiamo decine e decine di immagini di volti sui cellulari, per strada,: in questo modo ci rappresentiamo i nostri simili e con essi instauriamo una relazione visiva, verbale o di altra natura. Non potremmo farlo , e anzi ne saremmo terrorizzati o diffidenti , se non riconoscessimo quei tratti e quelle sembianze tipicamente umane e solitamente di un inganno sorridenti.

Provate a immaginare un uomo senza vita, un viso irriconoscibile o sfigurato, oppure un alieno venuto a trovarci : il turbamento nasce proprio dall’impossibilità di ritrovare i segni familiari che ci consentono di dare un nome e un posto a ciò che vediamo. Pensate solo al lenzuolo bianco che si interpone tra curiosi e giornalisti negli incidenti stradali.

Ma cosa resta, oltre le apparenze, di quel volto che nei social si materializza e si rende riconoscibile? La domanda può sembrare banale o persino incomprensibile, ma resta inevitabile. Il volto è certamente la rappresentazione di un’evoluzione della specie ,e questo si comprende con relativa facilità , ma è anche una forma di adattamento, l’equilibrio fra forze di natura diverse che lo modellano. Tuttavia, esso non definisce la coscienza, né la mente.

Il volto è ciò che appare, ciò che produce un senso di necessità o di appagamento quando questa apparenza si fissa, si immortala in un’immagine. Un’immagine che, però, non dice nulla di chi siamo realmente: si limita a segnare le forme che ci distinguono, senza mai andare oltre.

Pirandello ebbe ragione, ma in modo superficiale. Cartesio e altri filosofi del “sono” pur se insegnati a scuola e nelle Università sono confutabili, certo hanno posto un problema centrale, ma non ci spiegano davvero ciò che siamo: il concetto di “non-essere” forse apre meglio la porta a comprendere “chi siamo” realmente, qualcuno direbbe che noi sappiamo quello che non siamo.. Non esiste una risposta definitiva; ciò che possiamo definire è un sistema sociale organizzato su apparenze e superficialità, che ci vincola e ci guida attraverso percezioni simboliche. Non potrebbe essere altrimenti e in questo inganno delle fondamente oltre ad esserne consapevoli e umili, bisogna essere abili a destreggiarsi.

Molte dottrine, come il diritto, sottendono profondi limiti nel definire le persone sulla base delle apparenze intese non come mero abbigliamento. Comprendere questa dinamica permette di spiegare paradossi e distorsioni apparentemente inspiegabili: i sistemi sociali e giuridici, per quanto strutturati, operano sempre su percezioni e rappresentazioni che non coincidono con l’esperienza individuale. In altre parole, non sappiamo davvero chi siamo, né conosciamo appieno il contesto che ci circonda.

Le stesse professioni di psicologo, educatore sociale, insegnante, avvocato, ingegnere, cuoco , rappresentano ruoli che operano su questa medesima superficie di apparenze. Forse è per questo che nella nostra breve vita sperimentiamo spesso un senso di insoddisfazione, di delusione, di inadeguatezza : incapaci di risolverci completamente, irrisolti ci accingiamo ad andare via con o senza un credo, con o senza un una fede, comunque con le nostre illusioni, mentre nell’occidente la politica, la religione e altri “strumenti sociali di senso“ cercano di compensare limitazioni che restano comunque intrinseche e ambiti contraddittorii e controversi.

Molti conflitti e incomprensioni nelle relazioni , tra individui o popoli nascono da queste distorsioni delle apparenze. Persino chi lotta contro stereotipi, ad esempio del linguaggio, di genere o discriminazioni agisce ancora sul piano simbolico e rappresentativo, intervenendo sulle percezioni e non sulla realtà intrinseca delle persone. Cambiare la percezione superficiale non equivale a cambiare completamente la realtà, ma nemmeno incidere su di essa se non nelle modalità fantasione o retoriche superficialmente convincenti.

Le apparenze diventano così griglie interpretative: guidano le nostre relazioni, orientano i comportamenti sociali e persino gli strumenti giuridici ed educativi, ma non rivelano ciò che siamo realmente. Esse producono senso di ordine, ma anche distorsioni, illusioni e, talvolta, paradossi condivisi, che diventano regole non scritte dei sistemi sociali.

Alcuni esempi

1. Sociale

  • Un migrante che entra in un quartiere può essere giudicato immediatamente dai vicini in base all’abbigliamento o al modo di parlare, indipendentemente dalla sua educazione o dal suo lavoro.
  • In ufficio, un nuovo collega con tatuaggi visibili può essere percepito come “ribelle” o “non professionale”, anche se è altamente “competente”.
  • Nei social media, un’espressione fotografata male può far sembrare una persona arrabbiata o scontrosa, generando commenti negativi ingiustificati.

2. Legale

  • Due imputati con lo stesso reato possono ricevere trattamenti diversi: un giudice o una giuria può essere influenzata dall’aspetto fisico o dalla condizione sociale, anche quando le prove sono equivalenti.
  • Nei controlli di polizia, individui di certe etnie o con abbigliamento “sospetto” vengono fermati più frequentemente, anche senza alcun comportamento illecito.
  • In tribunale, la credibilità di un testimone può essere giudicata in base alla voce, al tono o all’abbigliamento, non alla veridicità delle informazioni.

3. Educativa / Formativa

  • Un insegnante può attribuire maggiore partecipazione o intelligenza a studenti che sorridono o mantengono un contatto visivo, sottovalutando chi è più timido.
  • Un educatore sociale può giudicare la motivazione di un ragazzo dalla postura o dal linguaggio del corpo, mentre la realtà della sua vita familiare è completamente diversa.
  • In università, uno studente ben vestito e sicuro può ottenere più attenzione e credibilità, anche se la qualità del suo lavoro è simile a quella di altri studenti più riservati.

4. Culturale / Mediatica

  • I media mostrano sempre volti “rassicuranti” o “sensazionali” quando raccontano una storia di cronaca, amplificando l’impatto emotivo senza riflettere la complessità del contesto.
  • Nel cinema e nelle pubblicità, ruoli di potere e successo vengono spesso assegnati a persone con determinate caratteristiche fisiche (altezza, corporatura, tratti somatici), rinforzando stereotipi.
  • Un politico può essere giudicato dai cittadini più per le foto sui giornali o la presenza in TV che per le decisioni effettive prese.

5. Professionale

  • Uno psicologo può valutare lo stato emotivo di un paziente in base all’aspetto, gesti o tono di voce, ma può non cogliere le reali difficoltà che la persona affronta privatamente.
  • Un ingegnere o un architetto può essere giudicato competente da clienti che basano la fiducia sull’aspetto curato o sulle parole pronunciate, più che sulle effettive capacità tecniche.
  • Un avvocato può percepire un cliente “affidabile” solo osservando gesti e modi di parlare, ignorando contesti familiari o traumi non evidenti

Un pullulare di frasi espresse che vengono o sono ereditate da uomini di un certo rilievo che non ci sono più, possono venire strumentalizzate per creare sensi inesistenti, fateci caso, estrapolate dal contesto sociale dove sono nate come espressione significativa di quel pensiero in quel contesto, gli esempi sono innumerevoli.

Esiste la filologia che aiuta proprio a collocare pensieri, testi e dottrine nel loro contesto storico, culturale e linguistico originale. Senza questa contestualizzazione, rischiamo di:

Parole e concetti possono avere significati diversi a seconda dell’epoca, delle convenzioni linguistiche o del contesto filosofico. Ad esempio, il “res cogitans” di Cartesio assume un valore specifico all’interno del dibattito sulla certezza e sulla conoscenza del XVII secolo; se lo leggiamo oggi senza mediazione filologica, possiamo interpretarlo banalmente come “mente” o “pensiero”, perdendo le implicazioni epistemologiche profonde.

Applicare direttamente categorie moderne a Platone o Aristotele rischia di creare paradossi o distorsioni: termini come “politica”, “democrazia”, “giustizia” avevano sfumature molto diverse nel contesto greco o medievale rispetto a oggi.

Senza filologia, il rischio è trasformare il pensiero in una merce adattabile ai nostri schemi preesistenti, ed è proprio quello che accade sovente e non in un’occasione per interrogare criticamente ciò che di quel pensiero può avere rilevanza oggi.

In pratica, la filologia è il ponte che ci permette di leggere correttamente il passato, così da poter trarre insegnamenti, riconoscere limiti e distorsioni, e confrontarli con le strutture sociali e cognitive contemporanee.

Piu in profondità

Il concetto di “non-essere” come chiave per comprendere “chi siamo realmente” ha radici profonde nella filosofia antica, mistica orientale, esistenzialismo e anche in certa psicologia contemporanea. Diverse tradizioni e filosofi hanno esplorato questa idea — che ciò che siamo davvero si riveli non tanto attraverso l’affermazione dell’“essere”, ma piuttosto attraverso la negazione, lo svuotamento, o la messa in discussione dell’identità. Ecco alcuni pensatori e tradizioni chiave:

Le riflessioni sul “non-essere” come via alla comprensione di sé sono spesso tollerate o idealizzate a livello teorico o spirituale, ma raramente integrate davvero nella struttura della cultura e del vivere quotidiano delle società moderne. In particolare nelle società occidentali contemporanee, l’idea di non-essere entra in conflitto con i valori dominanti che premiano l’individualità definita, la performance, la costruzione di un’identità forte, riconoscibile, possibilmente vincente. Siamo spinti a definirci, a distinguerci, a realizzarci, a esistere come “brand” personale. In questo contesto, il vuoto interiore o la sospensione dell’identità non vengono percepiti come aperture alla verità di sé, ma come segnali di confusione, debolezza o fallimento. Il non-essere viene facilmente associato alla perdita di direzione, alla crisi esistenziale, all’alienazione o addirittura alla patologia.

Eppure, sul piano teorico o estetico, queste idee non mancano. Anzi, il “non-essere” è spesso evocato nei discorsi filosofici, nelle opere artistiche, nella letteratura, e in certa spiritualità contemporanea. Tuttavia, più che esperienze da vivere, diventano elementi da contemplare, da consumare quasi esteticamente. Apprezzati ma isolati, raramente queste riflessioni riescono a penetrare davvero nel tessuto delle istituzioni sociali, economiche o educative. Restano ai margini, in nicchie protette o in spazi liminali.

Nelle correnti spirituali alternative, il non-essere è invece spesso centrale. Pratiche come la meditazione, la mindfulness (consapevolezza), il non-dualismo, lo zen o le varie forme di decondizionamento psicologico invitano esplicitamente a svuotarsi dell’identità, a lasciare andare l’ego, a fare esperienza diretta del vuoto come porta verso la libertà interiore. Tuttavia, anche in questi ambiti, è frequente che tali pratiche vengano rapidamente riassorbite dal mercato: il vuoto diventa un prodotto, una tecnica per raggiungere benessere, efficienza, successo. Paradossalmente, si pratica il non-essere per ottenere qualcosa, reinserendo il tutto nel sistema del “fare per avere”, che è proprio ciò da cui si vorrebbe uscire.

Nel mondo accademico, specialmente nella filosofia continentale, nella psicologia profonda o negli studi religiosi, il concetto di non-essere viene riconosciuto e analizzato seriamente. Tuttavia anche qui si registra una scissione: ciò che è valido sul piano speculativo resta spesso privo di traduzioni concrete nella vita. La riflessione è accettata nei libri, nei convegni, nei seminari, ma non trova spazio reale nelle strutture della quotidianità.

Le ragioni di questo rifiuto implicito o esplicito del non-essere sono diverse. Anzitutto, il non-essere rappresenta una minaccia all’identità: implica perdere etichette, ruoli, certezze. Le persone e le società temono il caos che può derivarne, la dissoluzione di un senso stabile del sé. In secondo luogo, il non-essere è incompatibile con il sistema produttivo moderno, che si regge su consumo, competizione, produzione, crescita: un sistema che ha bisogno di individui definiti, con desideri prevedibili e obiettivi misurabili. Il non-essere è radicalmente non-produttivo, non monetizzabile, a meno che non venga deformato in qualcosa di “vendibile”. Infine, c’è una difficoltà esperienziale: vivere davvero il non-essere significa attraversare un processo spesso destabilizzante. Svuotare l’ego, perdere le coordinate abituali, accettare di non sapere chi si è, non è semplice. È un percorso che può spaventare, e che difficilmente può essere standardizzato.

Eppure, qualcosa si muove. Cresce l’interesse per il silenzio, il vuoto, la decostruzione dell’io. Anche se spesso in forme frammentarie o distorte, segnali di questa tendenza sono evidenti. La diffusione della meditazione, anche in versioni semplificate; il minimalismo, con il suo invito a fare spazio, a togliere invece che aggiungere; le nuove generazioni che mettono in discussione l’identità fissa, che sia legata al genere, alla carriera, alla spiritualità; l’aumento dell’interesse per il misticismo interiore o per pratiche psicologiche che invitano a “smettere di essere qualcuno” per scoprire cosa c’è sotto. Tutto questo suggerisce che la domanda esistenziale rimane viva: chi siamo davvero, al di là dei ruoli, delle etichette, dei pensieri?

Le riflessioni sul non-essere sono, in fondo, potenti e profondamente trasformative. Ma sono anche scomode per il modo in cui le nostre società sono strutturate. Per questo motivo vengono spesso accettate a parole, ma rifiutate nei fatti. Relegate ai margini, nei territori dell’arte, della filosofia, della spiritualità, o delle crisi personali. Tuttavia, quando vengono accolte fino in fondo, senza timore, hanno il potere di aprire strade autentiche verso una comprensione dell’essere che non si fonda sul possesso, sul ruolo o sulla maschera, ma sulla verità nuda di ciò che resta quando tutto il resto cade.
Ogni aspetto alimentato, sostenuto, premiato nelle società moderne colme di paradossi e criticità è strumento di affermazione dell ordine nel timore che qualcosa di destabilizzante come un nuovo ordine cambi le relazioni di potere e l’ordine costituito delle cose e delle profonde ingiustizie che comunque sembra che sia iniziato a vacillare e i prossimi decenni saranno tempi di cambiamento, sulla direzione di questo nessuno può esprimersi se non con opinioni, congetture e assiomi .

Il Tema del non essere

1. Parmenide e la scuola eleatica (V secolo a.C.)

  • Parmenide è uno dei primi a trattare esplicitamente il concetto di essere e non-essere, ma in senso opposto a quello che si suggerisce: per lui, il non-essere non è e non può nemmeno essere pensato. L’essere è immutabile, eterno e uno.
  • Tuttavia, questo rifiuto del non-essere ha poi provocato reazioni importanti nei secoli successivi.

2. Platone

  • Nei dialoghi come il Sofista, Platone riconsidera il “non-essere” non come semplice nulla, ma come alterità rispetto all’essere.
  • Il “non-essere” diventa condizione del pensiero dialettico: per conoscere qualcosa, dobbiamo poterla distinguere da ciò che essa non è.

3. Mistici orientali (Vedānta, Buddhismo, Taoismo)

  • Il concetto di “vuoto” (śūnyatā) nel buddhismo Mahāyāna, in particolare in Nāgārjuna (II sec.), suggerisce che tutte le cose sono prive di un’essenza intrinseca. È proprio questo vuoto, questo non-essere, che consente la vera comprensione della realtà.
  • Nel Taoismo, il Tao è indefinibile, e il non-essere (wu) è visto come condizione fondamentale dell’esistenza: "Il Tao è il vuoto che non si esaurisce mai." (Lao Tzu)
  • Queste visioni propongono che solo nel silenzio dell’io e nel vuoto dell’identità, si possa cogliere il reale.

4. Meister Eckhart (XIII-XIV secolo)

  • Mistico cristiano che parla del distacco radicale da tutto ciò che è mondano o personale per "divenire nulla", così da poter accogliere Dio.
  • Celebre è la sua frase: “Per essere pienamente ciò che sei, devi diventare nulla.”
  • In lui, il non-essere è via alla vera identità spirituale, che trascende l’ego.

5. Martin Heidegger

  • Nel suo capolavoro Essere e Tempo (1927), riflette sull’essere e sull’“esserci” (Dasein). Heidegger non parla direttamente di “non-essere” come via alla verità del sé, ma...
  • L’angoscia (Angst) e il confronto con la morte (nulla) aprono l’individuo alla possibilità di esistere autenticamente.
  • Quindi il nulla (Nichts) è condizione per comprendere l’essere.

6. Jean-Paul Sartre

  • In L’essere e il nulla (1943), Sartre distingue tra:
    • l’essere-in-sé (essere oggettivo, pieno, determinato)
    • e l’essere-per-sé (coscienza umana, che è caratterizzata da un vuoto, da un “non-essere”).
  • Il sé è ciò che non è, poiché è costantemente in divenire, mai fissato. Questo “vuoto” è la condizione della libertà.

7. Psicologia transpersonale e spiritualità contemporanea

  • Autori come Eckhart Tolle, Ken Wilber, o Byron Katie propongono che l’identità profonda emerga quando viene messo in discussione l’ego, quando ci si svuota da ogni narrazione personale.
  • Il non-essere (spesso inteso come “silenzio interiore”, “assenza dell’io narrativo”) è visto come porta alla coscienza pura.

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