CAOS NEL COMUNE DI CASTRIGNANO DEL CAPO
CAOS NEL COMUNE DI CASTRIGNANO DEL CAPO
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CAOS NEL COMUNE DI CASTRIGNANO DEL CAPO

Apr 12, 2026

Il classico esempio di privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, diciamolo un po' in termini più comprensibili, nelle opere di interesse pubblico se ci sono delle perdite le paghiamo noi, se ci sono dei profitti se li intascano una cerchia ristretta di individui.

Il silenzio che è calato tra i banchi della giunta di Castrignano del Capo è diventato una presenza fisica, un muro pesante che trasforma ogni parola in un rischio. Sebbene all’esterno si tenti ancora di puntellare una facciata istituzionale ormai in fase di evidente sgretolamento, nell’intimità delle stanze del potere il sentimento prevalente è un misto di assedio e reciproca diffidenza. Appare chiaro che il Sindaco Francesco Petracca stia concludendo amaramente la sua parabola amministrativa, segnata da un epilogo che molti definiscono disastroso.

Dietro i sorrisi e gli abbracci scambiati nel consueto teatrino minimo della domenica mattina presso il quartier generale del Chat Bar in piazza San Michele, la realtà restituisce un’immagine ben diversa: quella di una pantomima che non riesce più a nascondere la tensione di chi si sente con le spalle al muro.

In questo scacchiere di nervi tesi, ogni figura sembra portata a fare i conti con la propria responsabilità e con le ombre del passato. Dalla Vice Sindaco Valeria Ferraro, la cui ascesa viene letta come una proiezione delle volontà paterne e di partito, a Isabella Diso Pisani; dall’assessore Oronzo Papa, ex Maresciallo della Marina la cui posizione appare doppiamente delicata data l'origine leucana e il coinvolgimento nelle vicende del porto, fino a Luigi Rizzo, descritto come un cavaliere senza cavallo che ha sacrificato l'etica medica sull'altare di una politica priva di bussola. Anche figure come Santo Papa e Mina De Maria, che avevano giustificato il loro ingresso in giunta con la missione di salvare il Comune dal commissariamento, appaiono da tempo come portatori di una funzione puramente strumentale: quella di evitare un epilogo compromettente che, tuttavia, era già nell'aria da tempo.

Il grande scoglio psicologico che agita questa domenica diversa dalle altre è la consapevolezza di essere gli eredi di una situazione che li sovrasta. L’ordinanza del giudice Zizzari scava e scaverà nei prossimi due mesi, in una vicenda che si trascina da troppi anni, spingendo ogni membro della giunta a rivoltare freneticamente i propri archivi personali. La domanda è ossessiva: quanto ha pesato l'inerzia, il mancato vigilare, l'eccesso di fiducia riposto nella giunta e negli uffici tecnici? La solidarietà politica, si sa, regge finché non appare lo spettro della responsabilità penale e contabile; ora che il clima si è fatto gelido, i singoli componenti cercano rassicurazioni legali individuali prima ancora che collegiali, in un frenetico scambio di comunicazioni che non passa inosservato agli occhi del paese.

Sullo sfondo resta l’ombra ingombrante del Comune come socio al 49% della società portuale. Nelle riunioni a porte chiuse iniziate nelle ultime ore, la frustrazione tocca picchi altissimi. Il Porto, presunto polmone economico di Leuca, è diventato la miccia di un’inchiesta devastante che sta logorando i rapporti personali e indebolendo equilibri costruiti su piedi d'argilla. Emergono fazioni interne tra chi avrebbe voluto una rottura netta con il passato ma ha taciuto per compiacere l’ego del Sindaco, e chi ora teme che il crollo dell’azienda trascini con sé l’intero bilancio comunale.

In un borgo dove la vita si incrocia quotidianamente tra il bar e la parrocchia, l’aspetto umano diventa insostenibile. Sentire il mormorio della comunità che discute di "macroscopiche illegittimità" e della "caratura professionale degli indagati" logora i nervi di chiunque. Il sospetto si insinua ovunque, portando la giunta a chiedersi di chi ci si possa davvero fidare, persino all'interno di quell'ufficio tecnico controllato dal Sindaco e dall'ingegner Campa. Quella che doveva essere collaborazione amministrativa si è trasformata in un esercizio di pura sopravvivenza, dove ogni notifica giudiziaria viene vissuta come un punto di non ritorno per la carriera e, soprattutto, per la vita privata di ciascuno di loro.

L'ordinanza del giudice Angelo Zizzari non solleva soltanto un polverone giudiziario, ma mette a nudo una ferita sociale profonda che sanguina da anni nel cuore di Castrignano del Capo e Santa Maria di Leuca. Mentre il dibattito si concentra freneticamente sui nomi dei politici e sul destino della giunta, emerge una verità molto più amara: le ansie private degli amministratori e le loro carriere in bilico sono poca cosa rispetto all’impatto devastante che questa gestione ha avuto sulla vita dei cittadini e dei contribuenti. E vi anticipo che il brutto non si è ancora esaurito e ne vedremo delle belle.

Per anni, la comunità ha assistito a una deriva istituzionale pagata a caro prezzo, non solo in termini di tasse, ma di esistenza stessa. Il porto di Leuca, che avrebbe dovuto essere il simbolo del riscatto e il volano economico del territorio, si è trasformato nel teatro di un fallimento collettivo. Il danno più grave non è scritto nei faldoni della Procura, ma si legge sui volti dei pescatori e di tutti quei lavoratori del mare che hanno visto il proprio orizzonte professionale restringersi e complicarsi. Per chi vive di mare, quell'infrastruttura non è un gioco di incastri burocratici, ma lo strumento essenziale per la sopravvivenza; vederla piegata a "trame circoscritte" significa aver subito un esproprio del proprio futuro.

La cittadinanza calpestata è stata costretta a finanziare, con le proprie risorse, un sistema che invece di garantire sviluppo, crescita e una distribuzione equa della ricchezza, ha preferito alimentare i privilegi di un pugno di soggetti complici e malvagi,traformati tali solo per ottenere il massimo consenso politico per la sete di potere alterando le antropologie e le relazioni tra le famiglie per il ”pezzo di pane”.

Invece di un’opera al servizio del bene comune, il porto è diventato l'emblema di una gestione che ha tradito il suo mandato originario. La "macroscopica illegittimità" citata dal giudice non è quindi solo un termine tecnico, ma la conferma di una certezza che serpeggiava da tempo tra i moli e le piazze: l'idea che l'istituzione pubblica, socia al 49%, avesse smesso di rappresentare il popolo per farsi garante di interessi ristretti.

Oggi, mentre la politica locale si barrica nel silenzio o tenta l'ultima difesa disperata, resta il peso di una deriva che ha calpestato la dignità di un'intera comunità. Assistere a proprie spese al naufragio delle istituzioni è l’offesa più grande per un contribuente. La speranza è che questo atto giudiziario non sia solo la fine di un’inchiesta, ma l’inizio di una bonifica morale e civile che restituisca il mare a chi lo lavora onestamente con i massimi sacrifici e il diritto allo sviluppo a chi, per troppo tempo, è rimasto a guardare il progresso scorrere via tra le dita di pochi prescelti nel teatrino minimo di Castrignano del Capo.

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