A LEUCA, QUANDO IMPICCARSI VA DI MODA
A LEUCA, QUANDO IMPICCARSI VA DI MODA
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A LEUCA, QUANDO IMPICCARSI VA DI MODA

Jul 7, 2026

SULLA IMMAGINE : TRATTASI DI UNA RIELABORAZIONE ARTISTICA VOLTA A DOCUMENTARE LA PERICOLOSITÀ DEL SITO, E NON DELLA PUBBLICAZIONE ARBITRARIA DI MATERIALE GIUDIZIARIO O REALISTICO NEI TERMINI CRUDI PER EVITARE DI OFFENDERE IL DECORO DELLA VITTIMA.

A LEUCA, QUANDO IMPICCARSI VA DI MODA
Non è il primo caso. Scusate il titolo provocatorio, ma simili fatti a Leuca si ripetono con cadenza inquietante.

La vicenda della ex colonia Scarciglia a Leuca ormai si protrae da decenni lungo un alternarsi di cessioni, progetti, sequestri e contenziosi. Quello che è certo è che un bene pubblico oramai diventato rudere e pericoloso, dovrebbe essere oggetto di valutazione da parte degli amministratori e demolizione totale.

Leuca piange un uomo trovato senza vita tra le rovine della Colonia Scarciglia. Ma dietro il ritrovamento del corpo, che inizialmente ha fatto temere il peggio in termini di natura dolosa, emerge una realtà ancora più cruda: quella di un cantiere che cantiere non è più, ridotto a una trappola mortale a cielo aperto, accessibile a chiunque e priva di qualsiasi misura di sicurezza reale.

La scena presentata ai soccorritori era straziante e, per certi versi, fuorviante: il corpo rinvenuto in una posizione che ha subito sollevato dubbi, la presenza di attrezzatura tecnica (moschettoni da arrampicata) e una ferita evidente allo zigomo. Elementi che, nelle ore immediatamente successive al ritrovamento, avevano spinto gli inquirenti a vagliare ogni ipotesi, inclusa quella del delitto o della messa in scena.

Tuttavia, osservando il contesto e gli elementi emersi sul luogo, è possibile formulare una ricostruzione alternativa che, naturalmente, dovrà essere verificata dagli inquirenti. Tra le ipotesi che possono essere prese in considerazione vi è quella di una caduta accidentale. L'uomo, probabilmente intento ad arrampicarsi sulla struttura fatiscente, potrebbe aver perso l'equilibrio. Lo zaino rinvenuto separatamente e adagiato sui ferri sporgenti, i pantaloncini strappati e le lesioni visibili potrebbero essere compatibili con una caduta, ma sarà esclusivamente l'attività investigativa a stabilire la reale dinamica dei fatti. : l'uomo, probabilmente intento ad arrampicarsi sulla struttura fatiscente, non si può escludere che è rimasto vittima di un volo accidentale.

La ferita al volto potrebbe essere compatibile con un violento impatto contro uno dei numerosi ferri d'armatura sporgenti presenti nel sito. Anche questo aspetto, tuttavia, rientra tra gli elementi che dovranno essere accertati dagli investigatori.

Ciò che resta, al netto dei dubbi investigativi, è la rabbia per una morte che poteva essere evitata. La Colonia Scarciglia, nel cuore del Tacco d'Italia, è da tempo teatro di transiti continui: residenti che passeggiano, turisti, pescatori, giovani in cerca di un punto panoramico. Un'area in disuso, parzialmente demolita e lasciata nel totale abbandono, dove l'assenza di recinzioni adeguate o di un presidio ha trasformato un rudere in una trappola.

Ma la responsabilità non si ferma alle recinzioni divelte. La tragedia solleva un interrogativo politico pesantissimo sulle figure chiamate a governare il territorio: dal Sindaco Francesco Petracca agli assessori ai lavori pubblici Valeria Ferraro, il sospetto è che si tratti di ruoli ormai svuotati di senso, di figure che hanno abdicato al loro compito di vigilanza. Se un sito pericoloso, noto per essere un punto di passaggio abituale, viene lasciato nell'abbandono più totale per anni, la classe dirigente non è estranea alla tragedia. Omettere il controllo, ignorare le condizioni di un cantiere "colabrodo" e lasciare che il territorio diventi terra di nessuno non è solo inefficienza: è una corresponsabilità morale e amministrativa.

La morte di quest'uomo non è solo un fatto di cronaca; è il grido di denuncia contro chi, investito di un ruolo pubblico, ha preferito la cecità all'azione, trasformando un rudere in una trappola mortale di cui oggi, inevitabilmente, dovranno rispondere.

È assurdo che la narrazione giotnalistica si ostini a parlare o suggerire il "suicidio" quando gli elementi fisici che abbiamo analizzato da profani puntano chiaramente in un'altra direzione. È il classico meccanismo di "chiusura rapida": archiviare la vicenda come gesto volontario è la soluzione più sbrigativa per tutti.

Per l'amministrazione, dire che è stato un suicidio significa chiudere il caso senza dover ammettere le proprie colpe. Se fosse un "suicidio", la responsabilità del Comune nel Sindaco Francesco Petracca e vicesindaco Valeria Ferraro assessore ai lavori pubblici e di chi ha la proprietà del cantiere svanisce, perché il gesto sarebbe attribuito esclusivamente alla volontà della vittima. Nessuno deve rispondere della recinzione rotta, dei ferri sporgenti o del degrado. È la soluzione che toglie ogni responsabilità a chi, invece, ha il dovere di gestire quel luogo.

Per la stampa, è la notizia che non richiede approfondimenti. Un "suicidio" non genera inchieste, non richiede di fare domande agli assessori, non obbliga a scavare nella gestione dei lavori pubblici. È una notizia che si esaurisce in poche righe e che non crea problemi a nessuno.

Ma ignorare gli indizi notati , i moschettoni, lo zaino staccato, la dinamica della caduta, l'assenza apparente di corde al collo , significa falsificare la verità. Stanno trasformando una tragedia dell'incuria in un fatto privato, lavandosene le mani ? E' presto per dirlo, siamo nel campo delle congetture, le indagini degli inquirenti e investigatori sono in corso. È legittimo chiedersi se tutti gli elementi emersi sul luogo siano compatibili con una sola ricostruzione o se meritino ulteriori approfondimenti senza tralasciare la cronaca di un uomo che è rimasto vittima di una trappola che le istituzioni hanno lasciato aperta per decenni. È un modo di agire che offende la verità e la memoria di chi è morto, coprendo le responsabilità pesanti di chi ha permesso che quel posto restasse una trappola.

L'uomo ha compiuto una scelta, quella di entrare in un'area dove non doveva stare. Non c'è dubbio che ci sia una responsabilità individuale nell'essere entrati in un sito in disuso e pericoloso.

Però, la distinzione cruciale qui è tra una fatalità e una trappola mortale. Se un luogo è un cantiere aperto, abbandonato, con recinzioni che non servono a nulla e accessi che chiunque può varcare, quell'area smette di essere solo una proprietà privata e diventa una "insidia" per la collettività.

Il punto è proprio questo: una società civile non dovrebbe permettere che esistano luoghi così facilmente accessibili dove un errore di valutazione, una bravata o una semplice imprudenza si trasformano istantaneamente in una condanna a morte. Quando la pubblica amministrazione e i privati permettono che un "colabrodo" del genere resti tale, trasformano un'imprudenza in una tragedia definitiva.

La vittima ha sbagliato a entrare, certo. Ma la domanda che resta è: perché quella possibilità di sbagliare era così facile da percorrere? Se quel cantiere fosse stato in sicurezza, come la legge impone, quell'uomo sarebbe ancora vivo, anche con tutta la sua imprudenza. La responsabilità individuale della vittima non cancella la responsabilità oggettiva di chi ha lasciato che una "trappola" fosse a portata di mano di chiunque.

È la differenza tra una morte per pura sfortuna e una morte per negligenza strutturale. E forse è proprio per questo che la narrazione del suicidio fa comodo a tutti: sposta tutto il peso sulla scelta del singolo e solleva chiunque altro da ogni colpa. Ma la realtà è che, se il contesto è insicuro, chi gestisce quel contesto è complice di ogni incidente che lì accade.
Perché il cantiere è ancora aperto? Quali norme di sicurezza sono state ignorate? Chi ha ispezionato la struttura negli ultimi 24 mesi?

SULLA IMMAGINE : TRATTASI DI UNA RIELABORAZIONE ARTISTICA VOLTA A DOCUMENTARE LA PERICOLOSITÀ DEL SITO, E NON DELLA PUBBLICAZIONE ARBITRARIA DI MATERIALE GIUDIZIARIO O REALISTICO NEI TERMINI CRUDI PER EVITARE DI OFFENDERE IL DECORO DELLA VITTIMA.

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